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giappone nihon nippon jappone japanIl Giappone vittima internazionale della questione rapimenti.

23 marzo 2007
di: Robert Demetz

Ultimamente si legge molto sulle questioni nord-coreane e gli attriti tra questa e il Giappone. Il Giappone perservera nel richiedere chiarezza per quanto riguarda la questione rapimenti e la Corea del Nord continua a sostenere che tale questione è ormai risolta e quindi chiusa. Tokyo chiede il pugno di ferro: lo chiede alle Nazioni Unite e alle trattative di Pechino al tavolo dei sei.
Gli ultimi colloqui a sei di Pechino sembrerebbero aver portato alcuni frutti. Al tavolo delle trattative le sei nazioni (Corea del Nord, Corea del Sud, Giappone, Cina, Russia e Stati Uniti d’America) si è deciso di andare incontro, almeno parzialmente, alle richieste nord-coreane in cambio di azioni atte a terminare il programma militare della dittatura coreana.
I colloqui erano entrati in una fase di stallo un anno prima, quando Pyongyang decise di ritirarsi in segno di protesta per le sanzioni finanziarie imposte allora dagli Stati Uniti.
Il governo giapponese sembra cercare di mantenere buon viso a cattivo gioco per quanto riguarda gli accordi raggiunti. Una linea giapponese comunque decisa e dura basata sul rifiuto di aiuti o concessioni alla Corea del Nord, a meno che Pyongyang non accetti le richieste giapponesi riguardanti la questione dei rapimenti di cittadini nipponici, non cancella il fatto che il governo giapponese è in rottura sin dall’inizio con un importante accordo internazionale.
Tokyo ha continuamente insistito che gli Stati Uniti e le altri parti non debbano assolutamente fare concessioni fino quando Pyongyang riassuma la discussione sui rapimenti. E’ tuttora chiaro che la Corea del Sud e gli Stati Uniti ignorano le suppliche nipponiche e che invece abbiano chiesto al Giappone di sbrigarsela da solo iniziando discussioni bilaterali con la Corea del Nord.
Sul “tradimento americano” i media giapponesi parlano poco ma è ovvio che Abe & Co. hanno sbagliato nel fare i conti su quanto facilmente gli americani possano cambiare strategia nei confronti di Pyongyang.
Lo stallo in Iraq e le recenti sconfitte elettorali al Congresso ha contribuito decisivamente e inevitabilmente a far si che gli americani siano maggiormente disposti a fare delle concessioni, concessioni neccessarie per estrarre a propria volta concessioni dalla Coread del Nord… indipendentemente dalle richieste di Tokyo. Successo quanto detto, il Giappone si è ritrovato isolato al tavolo delle trattative di Pechino.
Un altro fattore è e rimane la debole posizione di Tokyo nei confronti della questione dei rapimenti stessi. Si riteneva una questione risolta quando nel 2002 l’allora primo ministro Koizumi persuase Pyongyang a rilasciare cinque rapiti in cambio della promessa di normalizzare relazioni diplomatiche. Shinzo Abe, l’allora segretario capo di gabinetto, insisteva che ci sarebbero altre vittime di rapimenti e anche queste devono essere rilasciate prima che ci possa essere qualsiasi normalizzazione delle relazioni tra i due paesi. E’ doveroso aggiungere e sottolineare che l'evidenza di altre vittime desiderose di essere rilasciate è molto limitata.
Il buon senso direbbe che se ci fossero dei residui del problema rapimenti, il miglior modo per risolvere il tutto sarebbe attenersi alle promesse fatte da Koizumi e di normalizzare le relazioni diplomatiche.
Abe, supportato dall’ala destra, ha invece insistito che tale promessa deve essere rotta e che sanzioni devono essere imposte per forzare i nord-coreani colpevoli di “cattiva fede” a conformarsi alle richieste di Tokyo.
Questa mossa alquanto unusuale può essere vista come giustificata a causa dei forti sentimenti in Giappone del pubblico sulla questione dei rapimenti. Ma data la scarsa evidenza della “cattiva fede” nordcoreana (in particolar modo sul come Tokyo abbia insistito che le analisi DNA dei resti di una vittima deceduta, secondo Pyongyang, nel 1994 non corrispondano alla vittima) il resto del mondo è perfettamente scusabile per non condividere il fervore giapponese in questa particolare questione.
L’uso che Tokyo fa di questa questione dei rapimenti per prevenire concessioni che invece tutti gli altri sono disposti a dare per ridimensionare il pericolo missilistico e nucleare nord-coreano di qui, ironicamente, il Giappone si è pure autodefinito la vittima principale, renderà inevitabile che le richieste giapponesi saranno ignorate. Tokyo ha sicuramente fatto bella figura in patria ma l’opinione internazionale non sembra essere particolarmente impressionata.
Niente di tutto ciò sembra sia passato per la mente degli strateghi giapponesi. Sembrerebbe che per loro bastava affermare di avere un problema di rapimenti per far scattare sull’attenti il resto del mondo.
Alcuni fattori tipicamente giapponesi vengono alla luce: uno è l’incapacità di capire come gli stranieri pensano e ragionano. L’altro è la priorità data all’opinione nazionale in questioni di politica estera. Altro fattore è “l’etica del consenso”, il credere che se altri sono d’accordo con te allora la sincerità delle tue richieste e il fatto che hai i numeri neccessari sarà la prova che sei nel giusto anche se il tuo caso è debole.
Negli affari internazionali invece, nazioni cooperano solamente se è nel loro interesse nazionale. Nel momento in cui questi interessi puntano in altre direzioni, le promesse di cooperazione sono destinate a morire in fretta, tanto più se le ragioni per tale cooperazione sono deboli.
Le politiche giapponesi riguardanti la disputa sui territori del Nord con Mosca sono state molto simili. Nonostante una rivendicazione debole, Tokyo sembra aver pensato per decenni che se persiste nelle rivendicazioni e se riesce a persuadere altri Paesi a sostenerle allora questo vorrà in qualche modo essere la prova che le rivendicazioni erano valide e giuste.

Durande la guerra fredda, le potenze occidentali erano piu che felici di stare dalla parte del Giappone per tenerselo buono e dalla loro parte nelle dispute con Mosca. Ma dal momento in cui la guerra fredda è terminata, supporto incondizionato al Giappone è terminato. Più di mezzo secolo è passato dalla prima disputa giapponese e Tokyo non sembra essere piu’ vicina ad una risoluzione oggi di come lo era allora.
Sarebbe un bene se queste e altre sconfitte nella politica estera portassero Tokyo a pensare più profondamente e meno emotivamente sulle proprie strategie e tattice in politica estera. Ma per il momento ciò sembra molto improbabile.

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