Situazione calda negli ultimi colloqui a sei?

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Ultimamente si legge molto sulle questioni nord-coreane e gli attriti tra questa e il Giappone. Il Giappone persevera nel richiedere chiarezza per quanto riguarda la questione rapimenti e la Corea del Nord continua a sostenere che tale questione è ormai risolta e quindi chiusa. Tokyo chiede il pugno di ferro: lo chiede alle Nazioni Unite e alle trattative di Pechino al tavolo dei sei.
Gli ultimi colloqui a sei di Pechino sembrerebbero aver portato alcuni frutti. Al tavolo delle trattative le sei nazioni (Corea del Nord, Corea del Sud, Giappone, Cina, Russia e Stati Uniti d’America) si è deciso di andare incontro, almeno parzialmente, alle richieste nord-coreane in cambio di azioni atte a terminare il programma militare della dittatura coreana.
I colloqui erano entrati in una fase di stallo un anno prima, quando Pyongyang decise di ritirarsi in segno di protesta per le sanzioni finanziarie imposte allora dagli Stati Uniti.
Il governo giapponese sembra cercare di mantenere buon viso a cattivo gioco per quanto riguarda gli accordi raggiunti. Il discorso sul rifiuto di aiuti o concessioni alla Corea del Nord, a meno che Pyongyang accetti le richieste giapponesi riguardanti la questione dei rapimenti di cittadini nipponici, non cancella il fatto che il governo giapponese è in rottura sin dall’inizio con un importante accordo internazionale.
Tokyo ha continuamente insistito che gli Stati Uniti e le altri parti non debbano assolutamente fare concessioni fino quando Pyongyang riassuma la discussione sui rapimenti. E’ tuttora chiaro che la Corea del Sud e gli Stati Uniti ignorano le suppliche nipponiche e che invece abbiano chiesto al Giappone di sbrigarsela da solo iniziando discussioni bilaterali con la Corea del Nord.
Sul “tradimento americano” i media giapponesi parlano poco ma è ovvio che Abe & Co. hanno sbagliato nel fare i conti su quanto facilmente gli americani possano cambiare strategia nei confronti di Pyongyang.
Lo stallo in Iraq e le recenti sconfitte elettorali al Congresso ha contribuito decisivamente e inevitabilmente a far si che gli americani siano maggiormente disposti a fare delle concessioni, concessioni necessarie per estrarre concessioni nord-coreane… indipendentemente dalle richieste di Tokyo. Successo quanto detto, il Giappone si è ritrovato isolato al tavolo delle trattative di Pechino.
Un altro fattore è e rimane la debole posizione di Tokyo nei confronti della questione dei rapimenti stessi. Si riteneva una questione risolta quando nel 2002 l’allora primo ministro Koizumi persuase Pyongyang a rilasciare cinque rapiti in cambio della promessa di normalizzare relazioni diplomatiche. Shinzo Abe, l’allora segretario capo di gabinetto, insisteva che ci sarebbero altre vittime di rapimenti e anche queste devono essere rilasciate prima che ci possa essere qualsiasi normalizzazione delle relazioni tra i due paesi. E’ doveroso aggiungere che evidenza di altre vittime desiderose di essere rilasciate è molto limitata.
Il buon senso direbbe che se ci fossero dei residui del problema rapimenti, il miglior modo per risolvere il tutto sarebbe attenersi alle promesse fatte da Koizumi e di normalizzare le relazioni diplomatiche.
Abe, supportato dall’ala destra, ha invece insistito che tale promessa deve essere rotta e che sanzioni devono essere imposte per forzare i nord-coreani colpevoli di “cattiva fede” a conformarsi alle richieste di Tokyo.
Questa mossa alquanto inusuale può essere vista come giustificata a causa dei forti sentimenti in Giappone del pubblico sulla questione dei rapimenti. Ma data la scarsa evidenza della “cattiva fede” nordcoreana (in particolar modo sul come Tokyo abbia insistito che le analisi DNA dei resti di una vittima deceduta, secondo Pyongyang, nel 1994 non corrispondano alla vittima) il resto del mondo e perfettamente scusabile per non condividere il fervore giapponese in questa particolare questione.
L’uso che Tokyo fa di questa questione dei rapimenti per prevenire concessioni che invece tutti gli altri sono disposti a dare per ridimensionare il pericolo missilistico e nucleare nord-coreano di qui, ironicamente, il Giappone si è pure autodefinito la vittima principale, renderà inevitabile che le richieste giapponesi saranno ignorate. Tokyo ha sicuramente fatto bella figura in patria ma l’opinione internazionale non sembra essere impressionata.
Niente di tutto ciò sembra sia passato per la mente degli strateghi giapponesi. Sembrerebbe che per loro bastava affermare di avere un problema di rapimenti per far scattare sull’attenti il resto del mondo.

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Prince Pickles: il principe dell’innocenza infantile

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Tra le notizie di oggi un sorriso mi è stato strappato quando, leggendo un articolo apparso sul international Herald Tribune, ho appreso che le forze di autodifesa giapponesi usano dei personaggi dai manga come mascotte durante la missione in Iraq. L’intenzione è quella di darsi un’immagine simpatica e che ispiri affezione. Un metodo largamente sperimentato in Giappone già da diverso tempo. La polizia metropolitana di Tokyo cerca di alleggerire la propria immagine austera con Peopo, che assomiglia ad un coniglio “astronauta”. Il governo spera naturalmente che tale tattica funzioni anche all’estero.
L’idea del ministro agli esteri Taro Aso è che un buon feeling per l’animazione giapponese si possa poi tradurre in un buon feeling per la politica estera giapponese, una politica estera giapponese che attualmente non gode di particolare affezione.
“Maggiori sono le immagini positive che entrano nella mente di una persona e più facile diverrà per il Giappone far valere i propri punti di vista” afferma Aso davanti agli artisti della Digital Hollywood University di Tokyo e continua: “voi siete le persone coinvolte nel portare la cultura giapponese nel mondo.”
Mi rifaccio all’ultima frase del’articolo quando Hiro Katsumata, ricercatore dell’istituto di difesa e studi strategici a Singapore dice: “Diplomazia culturale potrebbe essere uno dei mezzi più effettivi della diplomazia giapponese… In un decennio o due, giovani generazioni in molti paesi che amano i cartoni giapponesi inizieranno a ricoprire ruoli di leadership e il Giappone ne potrà trarre beneficio.” Quante volte sentiamo giovani ragazzi affermare di amare il Giappone da quando hanno letto il primo manga? E quanti di noi si sono interessati al Giappone guardando anime? Se il Giappone riuscirà a farsi amare anche in futuro per i suoi manga e anime… beh, certo… i giovani di oggi saranno coloro che “comanderanno” un domani. Il Giappone sarà in una situazione di prestigio. Buffo come gira il mondo… il fenomeno “kawaii” pone su un piatto d’argento una sempre maggiore influenza giapponese nelle questioni internazionali. E con ciò che si cela dietro la maschera nessuno di noi lo sa’ ancora.

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