Una data particolare quella di oggi: 13 dicembre 2007. 70 anni fa le truppe dell’esercito imperiale giapponese occuparono la città di Nanchino, l’allora capitale della Cina. E’ giusto ricordare questo evento tragico della nostra storia in questo giorno, a settant’anni dall’evento stesso.
Ogni anno ricordiamo il bombardamento atomico di Hiroshima avvenuto il 6 agosto del 1945 ma raramente viene ricordato questo anniversario almeno tanto triste.
Il Giappone inizio’ guerra totale alla Cina nel 1937 dopo 6 anni di “incidenti” vari. Il 13 dicembre le truppe giapponesi entrarono a Nanchino e le successive 6 settimane furono all’insegna di orrori e massacri. Massacri che costarono la vita di civili in un numero maggiore delle vittime di Hiroshima e Nagasaki messe insieme… eppure per decenni poco o nulla si è parlato. Motivi prettamente geo-politici hanno seppellito la vicenda che Iris Chang, scrittrice sino-americana, ha riesumato nel suo bestseller “The Rape of Nanjing” il massacro. Non so fino a che punto il suo libro (che ammetto di non aver letto completamente a causa di priorità nelle mie letture sul Giappone) possa rispecchiare le verità su Nanchino ma di certo diverse foto non ritraggono ciò che la Chang dichiara di raffigurare. Il libro lo trovo pieno di rabbia, di provocazioni ed esagerazioni… ciò lo rende poco credibile nonostante le ricerche fatte. Un motivo per cui ho deciso di metterlo momentaneamente a parte per leggere altro. Con questo non dico che ciò quanto scritto siano tutte esagerazioni ma risulta a questo punto difficile trovare il punto in cui la Chang separa la sua voglia di far conoscere con “sensazioni” i fatti con i fatti veri e propri. clicca sull’immagine per ingrandimento
Tra l’altro ho trovato sugli scaffali di una libreria la versione tradotta in giapponese del libro della Chang e questa è una piccola sensazione in quanto per anni nessuna casa editrice voleva pubblicarlo. Ricordiamo, per diritto di cronaca, che la Chang si è suicidata (causa depressioni) 3 anni fa… a quanto mi risulta stava facendo ricerche sulle condizioni dei soldati giapponesi nelle Filippine durante la seconda guerra mondiale.
Da qualche anno, quasi una moda, Nanchino è soggetto di studi e ricerche nonché di discussioni accese. Lo stupro di Nanchino (il massacro di Nanchino, l’olocausto a Nanchino etc…), ma cosa è realmente accaduto a Nanchino durante quelle sei settimane del lontano dicembre 1937, settant’anni fa? Personalmente penso che una buona parte sia frutto di propaganda comunista del tempo ma non ho dubbi su un massacro avvenuto magari in tono minore da quello citato dal governo cinese. I numeri minimi dati per le vittime del massacro si attesta ai 20.000 mentre quelli più alti (e probabilmente esagerati) si attestano sui 300.000. Prendendo anche quello più basso penso che non debba essere dimenticato ma non solo… credo sia necessario screditare coloro che cercano di sminuire o addirittura negare l’accaduto.
Per il 70esimo anniversario diversi film sono stati girati (ma per questo vi rimando ad un articolo che ho scritto su jappone.com) e le discussioni sembrano più accese che mai.
L’importante è ricordare per non ripetere, perdonare per vivere in armonia e insegnare la realtà alle generazioni che ci seguiranno. Chi non ricorda la storia è destinato a ripeterla… e questa non è una frase fatta.
Il film maggiormente discusso questi giorni è quello presentato da Mizushima Satoru dal titolo Nanking No Shinjitsu (la verita su Nanchino) in cui afferma che mai alcun massacro è avvenuto e che i criminali di guerra giapponesi impiccati dal tribunale di Tokyo sono dei martiri paragonabili a Gesù Cristo. Per alcune scene e alcune domande al direttore vi lascio un video da YouTube
Una grande cupola in vetro immersa nel porto di Osaka è sede del museo marittimo di Osaka. Ci si entra passando per un corridoio subacqueo molto suggestivo. L’attrazione principale ‘ una replica in scala 1:1 del “Naniwamaru”, una nave mercantile chiamata higakikaisen. La regione di Osaka era una volta chiamata Naniwa quindi questa nave non è solo una replica di quelle che venivano usate in quest’area ma il suo nome ha anche un significato storico. Intorno a questa nave ci sono varie esposizioni disposte su quattro piani che esibiscono immagini video, arte e storia marittima domestica e internazionale. Particolarmente interessanti sono i filmati e le ricostruzioni degli arnesi usati un tempo. Ogni sala è a tema e comode spiegazioni anche in inglese possono essere prese gratuitamente.
vista serale (clicca l’immagine per un ingrandimento)
Dall’antichità Osaka era il centro per il trasporto marittimo. specialmente durante il periodo “Edo” Osaka era conosciuta come la “cucina della nazione” per il ruolo svolto come centro del Giappone per le attività di distribuzione. Al museo è possibile rivedere come la gente di allora svolgevano il loro lavoro.
Una volta entrati nella cupola si consiglia di salire fino al quarto piano per poi scendere a piedi seguendo l’itinerario.
Ci si arriva per treno usando la Chuo Line della metropolitana scendendo alla stazione “Cosmosquare Station” (circa 650 metri dall’uscita numero 1) oppure usando la linea Nanko Port Town Tram Line e scendendo alla stazione Trade Center-Mae Station (circa 680 metri dall’uscita 3).
L’entrata costa 600 yen per gli adulti.
mappa per arrivare al museo marittimo di Osaka
Una piccola galleria fotografica può essere vista qui.
Altre attrazioni di Osaka possono essere visitate nella stessa area come ad esempio il World Trade Center, il famoso Acquario di Osaka (uno dei maggiori al mondo) e la grande ruota “Tempozan” una volta la ruota maggiore al mondo con i suoi 100 metri di diametro e 112,5 metri di altezza (le ruote che hanno “battuto” il Tempozan sono tutte in Giappone).
Chi è in contatto con giapponesi avrà senz’altro notato che di solito non ci si guarda negli occhi mentre si parla. Questo diventa evidente quando si brinda con i bicchieri; molto raramente un giapponese ti guarderà spontaneamente negli occhi.
Una diversità culturale che “salta agli occhi” si potrebbe dire. Sarà capitato anche a voi di vedere due persone sedute nel treno una di fianco all’altra parlare guardando in avanti. La prima impressione è che stanno parlando da soli.
In confronto ad altre società , specialmente quelle occidentali, il guardare negli occhi durante una conversazione i giapponesi tendono ad evitare il contatto visivo.
Kagawa Hiroshi afferma in “The Inscrutable Japanese” che la risposta può risiedere nella storia feudale giapponese. Fino a 130 anni fa il Giappone aveva un sistema di classi sociali molto rigido. Alla gente comune veniva proibito avere contatto con la classe samurai. Non solo il contatto visivo con una persona di classe superiore veniva visto come molto rude ma poteva anche costare la vita. Nonostante questo sistema non esiste più dalla fine del periodo Edo, l’impatto emotivo e psicologico rimane ancora oggi nella psiche dei giapponesi. Nell’inconscio i giapponesi cercano di evitare di guardare negli occhi come forma di rispetto.
Gli occidentali invece “chiedono” di essere guardati negli occhi mentre si parla. I genitori educano i propri figli a guardare negli occhi mentre vengono per esempio sgridati. Cio’ serve per vedere se hanno capito ciò che vien loro detto. I genitori giapponesi che nella stessa situazione hanno i figli che li guardano negli occhi si sentono invece provocati. Ai figli giapponesi viene insegnato a tenere “la testa bassa”.
Abbiamo quindi ottime probabilità di far sentire un giapponese a disagio o imbarazzato se mentre una conversazione lo fissiamo negli occhi. Alcuni giapponesi guardano in distanza mentre parlano con qualcuno facendo sembrare di parlare da soli.
E’ bene quindi cercare di limitare il guardare negli occhi anche se non sempre è facile. In base ai casi è consigliabile guardare (ma non fissare) magari le nuvole muoversi nel cielo oppure la gente camminare per la strada. Uno sguardo veloce al vostro interlocutore o un segno di capire quanto sta dicendo rimane comunque importante.
Come faccio da alcuni anni, cinque per l’esattezza, anche quest’anno ho avuto l’occasione splendida di ammirare per l’ennesima volta lo splendore del “Miyako Odori” a Kyoto. Quella di quest’anno è la 135-esima edizione.
Gli abitanti di Kyoto erano preoccupati sul fatto che Kyoto vorrà perdere importanza dopo la scelta del nuovo governo di portare la capitale a Tokyo durante la Restaurazione Meiji.
Il governatore di Kyoto Nobuatsu Hase e il suo vice Masanao Makimura fecero di tutto per sviluppare ulteriormente la città. Nel 1871 si organizzavano per tenere la prima esposizione giapponese al palazzo imperiale per promuovere l’industria di Kyoto.
Jirouemon Sugiura, rappresentante di Gion Shinbashi e proprietario di Mantei (odierna Ichiriki, una famosa ochaya, sala da te, un posto dove si viene intrattenuti dalle Geiko e dalle Maiko) ricevette una richiesta dal governo prefettuale di Kyoto per organizzare uno spettacolo di danze con Geiko e Maiko per il pubblico.
Con la collaborazione di Yachiyo Inoue, a capo della scuola di danza Kyomai, Sugiura ebbe l’idea per una danza di gruppo basata sulle caratteristiche della danza Kamenoko Odori a Ise Furuichi.
Nel marzo del 1872, come spettacolo secondario alla EXPO, la danza Miyako Odori Jyunicho creata da Masanao Makimura fu esibita con un coro e musicisti in una sala con stupende pareti scorrevoli in una casa chiamata Matsunoya situata a Gion Shinbashi. Questo spettacolo fu l’inizio di Miyako Odori.
Si decise che la danza di Gion Kobu debba essere in esclusiva della scuola Kyomai di Inoue e che nessun’altra scuola deve essere implicata. Questa decisione e’ stata rispettata sin da allora con le stesse qualita’ e dignita’ e si possono ammirare anche ai nostri giorni. Il Miyako Odori può essere ammirato nella sua completezza nel solo mese di aprile. Vi sono quattro esibizioni giornaliere e per chi si trova a Kyoto in questo periodo è un’occasione assolutamente da non perdere.
Prima o dopo lo spettacolo e’ possibile, con un piccolo sovrapprezzo del biglietto, gustare e partecipare alla cerimonia del te.
Mentre una Geiko prepara il te verde, un’altra porta le tazze ai clienti arrivati in sala. Il piattino, nel quale si trova il dolce che accompagna il te, rimane come ricordo dello spettacolo e puo’ essere portato via.
Le otto scene di quest’anno cominciano con il preludio della prima scena e il famoso saluto “Miyako Odori wa Yoiasa”. Le geiko e maiko entrano dai lati del teatro per arrivare sul palco dove si trovano i pannelli scorrevoli argentati che rappresentano la stanza di un palazzo nobile dove la danza tradizionale Kyomai veniva presentata durante il periodo Edo.
Ogni scena è una storia indipendente che viene creata ogni anno insieme alle musiche e alle danze.
La seconda scena rappresenta la visita di capodanno al tempio di Shimogamo. Questo tempio è uno dei più antichi e apprezzati di Kyoto.
Commemorando quest’anno il 400-esimo anniversario del castello di Hikone, la terza scena si basa sulle pareti pieghevoli che rappresentano delle scene di Kyoto e dintorni. Create intorno al 1635, sono considerate tra le migliori del suo genere. I cinque personaggi base si staccando dalle pareti per presentare le loro danze.
La quarta scena s’intitola “Ammirare le lucciole al fiume Kiyotaki”. Il fiume Kiyotaki scende dal monte Atagoyama dove si trova il tempio Atago. Gli dei del tempio prevenivano i fuochi.
La quinta scena rappresenta l’ultima parte della leggenda popolare legata alla principessa Kaguya “Taketori Monogatari” e il suo ritorno sulla luna.
La sesta scena è rappresentata dalle foglie colorate autunnali al tempio Jojakkoji a Sagano. Questo tempio, ma anche l’area circostante, attrae molta gente durante il periodo autunnale.
Nella penultima scena viene rappresentata la pianura di Echigo dove vengono prodotti i chijimi Echigo (crespo di Echigo). La scena è basata su uno scritto di Bokushi Suzuki.
Il finale è rappresentato dalla fioritura dei fiori di ciliegio al padiglione d’oro.
E a questo punto non vedo l’ora di ammirare la prossima edizione, la 136-esima che comincerà il primo aprile del 2008.
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