i miei 10 anni in Giappone

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Era il 9 gennaio del 1998 quando definitivamente mi trasferivo in Giappone. Da allora sono passati 10 anni; i miei primi 10 anni in Giappone, a Osaka più precisamente.
Sembrerebbe il titolo di un libro, e un libro potrei scrivere descrivendo le vicende vissute e i cambiamenti avvenuti in questo decennio (ma non certo al livello di “Ten Years in Japan“di Joseph C. Crew del 1944). Di cose ne ho sicuramente viste, ne ho vissute… fatto molte esperienze di ogni genere, viaggiato molto in lungo e in largo ma non saprei da dove iniziare. Di certo posso affermare di essere cresciuto parecchio in questi anni nipponici, grazie alle difficoltà, alle diversità e alla disponibilità di molte persone.

Dopo 10 anni come mi vedono i giapponesi?
Spesso mi sono chiesto in questi anni se e come riuscirò mai a entrare definitivamente nel loro cerchio, quando non sarò più considerato un gaijin. Ho imparato che sono domande che semplicemente non hanno senso. Che bisogno c’è poi di diventare “giapponese” per essere in Giappone? Si fa parte di una società per quello che si è e si viene accettati per come ci si comporta e per quello che ognuno di noi (giapponesi e stranieri in egual modo) riesce a contribuire al “gruppo”.
Diversi giapponesi mi vedono come un otaku, no, non uno di quei patiti per i manga, anime o videogiochi ma un otaku della storia, un maniaco dalla passione quasi morbosa per le vicende storiche del periodo moderno giapponese. Conoscere la storia aiuta a comprendere molti “perchè” e credo stia alla base per conoscere un popolo, tanto più quando quest’ultimo è così diverso dal modello occidentale. E’ una passione a cui dedico molto tempo e alla quale ci metto diverso impegno nella ricerca di ogni particolare. Il Giappone può sembrare moderno, tecnologico e all’avanguardia ma la società è ancora strettamente legata al feudalesimo… e oserei dire che la cosa non mi stupisce affatto.
Ma ritorniamo ai “miei 10 anni:shock:
Appena arrivato in Giappone ricordo di aver frequentato una scuola di giapponese, 5 volte a settimana per un paio di mesi. Il mio primo computer (Pentium II) con Windows 95 in giapponese e una connessione IDSN per internet. Da allora tante cose sono cambiate, e non parlo solo del mio computer e connessione internet.
Nel 1998 si sentivano le ripercussioni dello scoppio della bolla economica ma la fiducia era ancora alta. Poi anni di stagno economico, incertezze e problemi sollevati dal governo per indirizzare il problema dell’Identità nazionale. Ogni paese da importanza al proprio status e alla propria autonomia ma nel caso del Giappone l’autonomia non è alta e quindi enfatizza lo status. Un bisogno estremo di essere riconosciuto come potenza internazionale. Un bisogno di tacere certe cose e di enfatizzarne altre, una situazione che da voce e forza ad estremisti di destra, nazionalisti e patriottici. Il governatore di Tokyo Shintaro Ishihara è un esempio pratico di dove un fanatico può arrivare se vive in Giappone.
Questo si vive giorno per giorno in Giappone… le continue discussioni politiche e i media aiutano in questo. La musica usata dalla medaglia olimpica Shizuka Arakawa durante le olimpiadi invernali di Torino (il Turandot di Puccini) quasi diventava il nuovo inno nazionale giapponese :mrgreen:
Ricordo la medaglia olimpica giapponese alle olimpiadi di Nagano nel 1998 nel salto in lungo… per mesi e mesi poster “del salto” tappezzava le città e “l’urlo” della vittoria spaccava i timpani alla radio e alla TV. Ho imparato che vedere competizioni sportive internazionali in Giappone non è molto diverso che guardare i campionati nazionali :!: Questo vale particolarmente per campionati del mondo di atletica e olimpiadi.
Dopo circa un anno di permanenza in Giappone ho iniziato il lavoro che svolgo attualmente e mi sono messo in proprio risparmiandomi i dolori che si hanno ad essere dipendenti in aziende giapponesi. Prima svolgevo dei piccoli lavori part-time.
Il mio lavoro mi ha portato a viaggiare molto in questi anni e ciò è stato un arricchimento che pochi giapponesi hanno avuto la fortuna di avere. Da Sapporo a Okinawa ho potuto vivere e ammirare tutte le maggiori città. Certo, era per lavoro e quindi non troppo potevo vedere della città stessa ma quando il tempo me lo permetteva, aggiungevo qualche giorno per fare delle ferie. Tra le mie città preferite sicuramente Sapporo e Fukuoka. Queste due città mi hanno colpito particolarmente per la gente cordiale e gentile ma anche per il clima della città stessa. A Sapporo ci sono stato 5 volte per un totale di circa 6 settimane e così vale anche per Fukuoka e altre città. Si nota come ogni regione, ogni città ha le sue distinzioni e le proprie particolarità: dallo sguardo dei propri abitanti alla cucina locale. “Se vai a Utsunomiya non dimenticare di mangiare i gyoza!“, “a Takamatsu mangia udon!” etc… Leggi il resto di questo post »

Prima settimana del 2008 – svago a Dotonbori per molti

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L’ultimo fine settimana era ancora all’insegna delle festività di Anno Nuovo. Le scuole cominciano solo domani e la gente trascorre con le famiglie le ultime ore di svago.
Sono passato per Shinsaibashi (Osaka) e la marea di gente è paragonabile a quando vincono gli Hashin Tigers :mrgreen:
La shotengai (la lunga galleria che porta da Shinsaibashi, ma credo che parta già da Honmachi, e arriva a Namba) presentava una folla di gente che si faceva difficoltà a passare. Ancora in decorazioni di shogatsu, i negozi erano in piena attività. Interessanti le due statuette d’oro massiccio da 1 oku en (600.000 euro :shock: ) in una vetrina che hanno fatto vedere anche alla televisione.

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1 Oku di Yen per ognuna delle due statue d’oro

Arrivando nella zona centrale per quanto riguarda l’intrattenimento ho notato con piacere che il Ebisu-bashi (ponte Ebisu) a Dotonbori è finalmente stato completato. Il ponte è famoso in quanto fan della squadra degli Hanshin Tigers si buttano da questo ponte per festeggiare le grandi vittorie. A Dotonbori è possibile fare shopping, mangiare proprio di tutto quello che la cucina tipica del Kansai può offrire e visitare teatri. Dotonbori fu iniziato nel 1612 per cercare di migliorare il commercio nella regione. Nei tempi migliori vi erano 6 teatri Kabuki e 5 teatri Bunraku. L’interesse per quest’arte tradizionale continuava però a diminuire contribuendo alla chiusura di alcuni di questi teatri. Gli ultimi 5 teatri furono poi distrutti dai bombardamenti durante la seconda guerra mondiale.
Aperto solo qualche anno fa il Dotonbori Gokuraku è ormai una delle attrazioni maggiori per chi viene da fuori. Un enorme palazzo in architettura “tradizionale” ospita un vasto numero di ristoranti tipici di Osaka. Takoyaki e Okonomiyaki, sushi e udon a volontà quindi :smile: ma anche teatro e danza popolare. l’entrata è di 300 yen per gli adulti.

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Davanti al Gokuraku un simpatico poliziotto regala una guida (vedi piccolo video sotto)
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La folla

Il canale Yohori che passa è stato abbellito sensibilmente in questi ultimi anni e dispone di una passeggiata. Si arriva al centro commerciale chiamato Don Quijote aperto anche questo solo pochi anni fa. Di particolare è la grande ruota panoramica. Per 600 Yen è possibile vedere non solo la zona di Shinsaibashi ma una buona parte della città.
Altre attrazioni sono il Kuidaore Ningyo (la statua che si muove suonando un tamburo) e l’enorme insegna della Glico raffigurante un atleta che passa il traguardo.

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La grande ruota panoramica e vista panoramica verso Namba

Questo è anche il periodo per i saldi… per il BARGAIN e il SALE (o per il DAIBARGAIN o BARGAINSALE), insomma per le svendite.

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Hello Kitty dà il Buon Anno ai passanti e li invita ad entrare nel suo negozio specializzato

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Svendite al Namba Walk fino al 15 gennaio
(Ba-rugen namba uan)

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La Hinomaru (bandiera nazionale) per chilometri e chilometri in bella mostra.

Numerosi anche i Pachinko… e anche questi affollati. La cosa che mi stupisce sempre più è il numero di vecchiette che ci giocano :shock:
Arrivati a Namba e si vuole ancora vedere negozi o mangiare qualcosa? Il Namba Walk è una lunga serie di negozi e ristoranti sotto terra che parte da Namba e arriva alla stazione di Nihonbashi.

13 dicembre 2007, 70esimo anniversario del massacro (o presunto tale) di Nanchino

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Una data particolare quella di oggi: 13 dicembre 2007. 70 anni fa le truppe dell’esercito imperiale giapponese occuparono la città di Nanchino, l’allora capitale della Cina. E’ giusto ricordare questo evento tragico della nostra storia in questo giorno, a settant’anni dall’evento stesso.
Ogni anno ricordiamo il bombardamento atomico di Hiroshima avvenuto il 6 agosto del 1945 ma raramente viene ricordato questo anniversario almeno tanto triste.
Il Giappone inizio’ guerra totale alla Cina nel 1937 dopo 6 anni di “incidenti” vari. Il 13 dicembre le truppe giapponesi entrarono a Nanchino e le successive 6 settimane furono all’insegna di orrori e massacri. Massacri che costarono la vita di civili in un numero maggiore delle vittime di Hiroshima e Nagasaki messe insieme… eppure per decenni poco o nulla si è parlato. Motivi prettamente geo-politici hanno seppellito la vicenda che Iris Chang, scrittrice sino-americana, ha riesumato nel suo bestseller “The Rape of Nanjing” il massacro. Non so fino a che punto il suo libro (che ammetto di non aver letto completamente a causa di priorità nelle mie letture sul Giappone) possa rispecchiare le verità su Nanchino ma di certo diverse foto non ritraggono ciò che la Chang dichiara di raffigurare. Il libro lo trovo pieno di rabbia, di provocazioni ed esagerazioni… ciò lo rende poco credibile nonostante le ricerche fatte. Un motivo per cui ho deciso di metterlo momentaneamente a parte per leggere altro. Con questo non dico che ciò quanto scritto siano tutte esagerazioni ma risulta a questo punto difficile trovare il punto in cui la Chang separa la sua voglia di far conoscere con “sensazioni” i fatti con i fatti veri e propri.
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clicca sull’immagine per ingrandimento

Tra l’altro ho trovato sugli scaffali di una libreria la versione tradotta in giapponese del libro della Chang e questa è una piccola sensazione in quanto per anni nessuna casa editrice voleva pubblicarlo. Ricordiamo, per diritto di cronaca, che la Chang si è suicidata (causa depressioni) 3 anni fa… a quanto mi risulta stava facendo ricerche sulle condizioni dei soldati giapponesi nelle Filippine durante la seconda guerra mondiale.
Da qualche anno, quasi una moda, Nanchino è soggetto di studi e ricerche nonché di discussioni accese. Lo stupro di Nanchino (il massacro di Nanchino, l’olocausto a Nanchino etc…), ma cosa è realmente accaduto a Nanchino durante quelle sei settimane del lontano dicembre 1937, settant’anni fa? Personalmente penso che una buona parte sia frutto di propaganda comunista del tempo ma non ho dubbi su un massacro avvenuto magari in tono minore da quello citato dal governo cinese. I numeri minimi dati per le vittime del massacro si attesta ai 20.000 mentre quelli più alti (e probabilmente esagerati) si attestano sui 300.000. Prendendo anche quello più basso penso che non debba essere dimenticato ma non solo… credo sia necessario screditare coloro che cercano di sminuire o addirittura negare l’accaduto.
Per il 70esimo anniversario diversi film sono stati girati (ma per questo vi rimando ad un articolo che ho scritto su jappone.com) e le discussioni sembrano più accese che mai.
L’importante è ricordare per non ripetere, perdonare per vivere in armonia e insegnare la realtà alle generazioni che ci seguiranno. Chi non ricorda la storia è destinato a ripeterla… e questa non è una frase fatta.

Il film maggiormente discusso questi giorni è quello presentato da Mizushima Satoru dal titolo Nanking No Shinjitsu (la verita su Nanchino) in cui afferma che mai alcun massacro è avvenuto e che i criminali di guerra giapponesi impiccati dal tribunale di Tokyo sono dei martiri paragonabili a Gesù Cristo. Per alcune scene e alcune domande al direttore vi lascio un video da YouTube

Il Osaka Maritime Museum

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Una grande cupola in vetro immersa nel porto di Osaka è sede del museo marittimo di Osaka. Ci si entra passando per un corridoio subacqueo molto suggestivo. L’attrazione principale ‘ una replica in scala 1:1 del “Naniwamaru”, una nave mercantile chiamata higakikaisen. La regione di Osaka era una volta chiamata Naniwa quindi questa nave non è solo una replica di quelle che venivano usate in quest’area ma il suo nome ha anche un significato storico. Intorno a questa nave ci sono varie esposizioni disposte su quattro piani che esibiscono immagini video, arte e storia marittima domestica e internazionale. Particolarmente interessanti sono i filmati e le ricostruzioni degli arnesi usati un tempo. Ogni sala è a tema e comode spiegazioni anche in inglese possono essere prese gratuitamente.

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vista serale (clicca l’immagine per un ingrandimento)

Dall’antichità Osaka era il centro per il trasporto marittimo. specialmente durante il periodo “Edo” Osaka era conosciuta come la “cucina della nazione” per il ruolo svolto come centro del Giappone per le attività di distribuzione. Al museo è possibile rivedere come la gente di allora svolgevano il loro lavoro.
Una volta entrati nella cupola si consiglia di salire fino al quarto piano per poi scendere a piedi seguendo l’itinerario.
Ci si arriva per treno usando la Chuo Line della metropolitana scendendo alla stazione “Cosmosquare Station” (circa 650 metri dall’uscita numero 1) oppure usando la linea Nanko Port Town Tram Line e scendendo alla stazione Trade Center-Mae Station (circa 680 metri dall’uscita 3).
L’entrata costa 600 yen per gli adulti.

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mappa per arrivare al museo marittimo di Osaka

Una piccola galleria fotografica può essere vista qui.

Altre attrazioni di Osaka possono essere visitate nella stessa area come ad esempio il World Trade Center, il famoso Acquario di Osaka (uno dei maggiori al mondo) e la grande ruota “Tempozan” una volta la ruota maggiore al mondo con i suoi 100 metri di diametro e 112,5 metri di altezza (le ruote che hanno “battuto” il Tempozan sono tutte in Giappone).

costumi giapponesi: guardarsi negli occhi mentre si parla

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Chi è in contatto con giapponesi avrà senz’altro notato che di solito non ci si guarda negli occhi mentre si parla. Questo diventa evidente quando si brinda con i bicchieri; molto raramente un giapponese ti guarderà spontaneamente negli occhi.
Una diversità culturale che “salta agli occhi” si potrebbe dire. Sarà capitato anche a voi di vedere due persone sedute nel treno una di fianco all’altra parlare guardando in avanti. La prima impressione è che stanno parlando da soli.

In confronto ad altre società , specialmente quelle occidentali, il guardare negli occhi durante una conversazione i giapponesi tendono ad evitare il contatto visivo.
Kagawa Hiroshi afferma in “The Inscrutable Japanese” che la risposta può risiedere nella storia feudale giapponese. Fino a 130 anni fa il Giappone aveva un sistema di classi sociali molto rigido. Alla gente comune veniva proibito avere contatto con la classe samurai. Non solo il contatto visivo con una persona di classe superiore veniva visto come molto rude ma poteva anche costare la vita. Nonostante questo sistema non esiste più dalla fine del periodo Edo, l’impatto emotivo e psicologico rimane ancora oggi nella psiche dei giapponesi. Nell’inconscio i giapponesi cercano di evitare di guardare negli occhi come forma di rispetto.

Gli occidentali invece “chiedono” di essere guardati negli occhi mentre si parla. I genitori educano i propri figli a guardare negli occhi mentre vengono per esempio sgridati. Cio’ serve per vedere se hanno capito ciò che vien loro detto. I genitori giapponesi che nella stessa situazione hanno i figli che li guardano negli occhi si sentono invece provocati. Ai figli giapponesi viene insegnato a tenere “la testa bassa”.

Abbiamo quindi ottime probabilità di far sentire un giapponese a disagio o imbarazzato se mentre una conversazione lo fissiamo negli occhi. Alcuni giapponesi guardano in distanza mentre parlano con qualcuno facendo sembrare di parlare da soli.
E’ bene quindi cercare di limitare il guardare negli occhi anche se non sempre è facile. In base ai casi è consigliabile guardare (ma non fissare) magari le nuvole muoversi nel cielo oppure la gente camminare per la strada. Uno sguardo veloce al vostro interlocutore o un segno di capire quanto sta dicendo rimane comunque importante.

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