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Fotografi della Japan Film Corporation accompagnarono un gruppo d'indagine accademico durante le investigazioni. Le preziose foto furono prese dalle forze di occupazione e restituite solamente nel 1967 e 1973.

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La decisione sulla resa

Fino a questo punto (tra la dichiarazione di Potsdam e il 6 agosto), a Tokyo, Hirohito non disse e fece attivamente nulla per quanto riguardasse l'accettare o meno i termini di Potsdam. Ben due volte invece (il 25 e 31 luglio) ha espressamente chiesto a Kido che i 3 regalia imperiali (uno specchio, un gioiello ricurvo e una spada) devono essere difesi ad ogni costo. Se possiamo assumere tranquillamente che Hirohito non conosceva l'esistenza della bomba atomica, non cosi possiamo per le sofferenze della propria gente. L'ultima invasione di Okinawa (1 aprile fino al 21giugno) era l'inizio di cio' che poteva succedere con un'invasione del Giappone, tra l'altro gia' progettata.
Shunroku Hata che comandava il secondo quartier generale a Hiroshima, (stato anche ministro alla guerra nel '39 e '40 'Rikugun-daijin') decreto' che in caso di invasione ogni uomo, donna e bambino verranno armati. Al tribunale di Tokyo, in quanto criminale di classe A fu sentenziato all'ergastolo ma liberato, insieme ad altri, in seguito dal comandante supremo MacArthur.
Gli abitanti di Hiroshima hanno pagato a caro prezzo gli interessi di pochi. Il primo ministro Suzuki per primo non credeva neccessario finire la guerra: "solo perche' loro trasmettono via radio la loro dichiarazione non e' neccessario terminare la guerra". Solo dopo il bombardamento di Hiroshima, dopo aver inutilmente aspettato la risposta di mediazione dall'Unione Sovietica, l'imperatore affermo' che bisognava inchinarsi all'inevitabile.

 

Il Giappone aveva gia' i piani per invadere l'Unione Sovietica non appena si presentasse l'occasione giusta ma adesso chiedevano assistenza come se Tokyo avesse qualche diritto sull'amicizia russa (da Ienaga Saburo).
Il rapporto dell'ambasciatore giapponese a Mosca sulla dichiarazione di guerra dei russi non fu mai trasmesso. Il 9 agosto, il primo ministro Suzuki, dopo aver incontrato l'imperatore e notato che era pronto ad accettare qualsiasi termine se questo puo' portare alla pace, chiamo' una riunione d'emmergenza dei "grandi 6" (Il consiglio supremo per la direzione della guerra era composto da 6 membri). Erano le 11:00, un minuto prima dello sgancio della seconda bomba atomica su Nagasaki.
"Ho concluso che la nostra unica alternativa e' di accettare la proclamazione di Potsdam e terminare la guerra. Vorrei sentire la Vostra opinione su questo" inizio' il primo ministro. Nessuno parlo'.
Un ufficiale entro' nella stanza con il rapporto che indicava il lancio di una seconda bomba atomica. Questa notizia, assieme a quella dell'invasione russa in Manchuria mise i risentimenti dei tre militari, il ministro alla guerra Anami, Capo del personale dell'esercito Umezu e della marina Toyoda in risalto.
Il bombardamento atomico a Hiroshima elettricizzò Stalin che si vide costretto a lanciare la sua offensiva in Manchuria una settimana prima del previsto. Il Maresciallo Aleksandr M. Vasilevsky commandava un'esercito con 1,6 milioni di militari, 3.704 carri armati e 5.048 aerei contro 713.000 militari giapponesi comandati dal generale Otozo Yamada. (4)
Toyoda affermera' dopo la guerra che l'entrata in guerra dei russi ha provocato pressione maggiore delle bombe atomiche sulla decisione finale di terminare la guerra.
Nonostante la resa fosse inevitabile, erano comunque fortemente contrari ad accettare i termini di Potsdam anche nel caso questi concedessero all'imperatore di continuare a regnare. Insistevano inoltre che i criminali di guerra vengano processati dai giapponesi stessi, che l'esercito venga demobilizzato da ufficiali giapponesi e che le forze di occupazione siano limitate.
Anami, pur non offrendo nessuna speranza di vittoria, voleva combattere un'ulteriore grande battaglia. Umezu aggiunse di essere fiducioso nel riuscire a respingere il nemico in caso di sbarco e di infliggere danni estremamente pesanti.
Il ministro agli esteri Togo Shigenori sottolineava che non faceva differenza; gli alleati sarebbero sbarcati una seconda oppure una terza volta. Dopo tre ore di discussione e il caso ancora irrisolto, Suzuki decise di aggiornare la riunione e di riferire al marchese Kido i risultati inconclusivi. I due erano d'accordo di chiedere all'imperatore di prendere una decisione.
La riunione di gabinetto non fece di piu' di quanto i "sei grandi" fecero in mattinata. I militari nuovamente si opponevano ai civili ad eccezione dell'ammiraglio Yonai che continuava a ritenere che niente si poteva guadagnare nel continuare la guerra.
Anami replicava: "che noi riusciamo ad infliggere gravi perdite al nemico quando ci invade e' certo e non e' impossibile capovolgere la situazione attuale e passare quindi da una sconfitta ad una vittoria. Inoltre, le unita' militari non si sottometteranno a demobilizzazione, i nostri uomini semplicemente si rifiuteranno di deporre le armi. Sanno che a loro e' vietato arrendersi. Non c'e' veramente nessuna alternativa se non quella di continuare la guerra". (5)
Suzuki aggiorno'  la riunione, era chiaro che neanche il gabinetto riesce ad arrivare ad una conclusione.
Incapaci di decidere sul terminare la guerra finche' il futuro del trono e tutte le prerogative del suo occupante non sia assolutamente garantito, il gabinetto di Suzuki e il concilio supremo per la guerra mai arrangio' una manovra di pace in termini tali da salvare i giapponesi da ulteriore distruzione.(6)
Il primo ministro, con la complicita' di Sakomizu, fece organizzare una riunione imperiale all' obunko (il complesso imperiale sotterraneo). Oltre ai "grandi sei" e quattro segretari, anche l'anziano barone Hiranuma. Dieci minuti prima della mezzanotte arrivo' l'imperatore. I presenti si inchinarono e poi si sedettero evitando di guardarlo direttamente. Suzuki fece un riassunto sulle discussioni avvenute in giornata e chiese ai membri del Supremo Concilio di esprimere la propria conclusione.
Il ministro agli Esteri Togo dichiaro' che la proclamazione di Potsdam debba essere accettata con la garanzia che il kokutai, l'essenza nazionale possa essere mantenuto. Il turno passo' all'ammiraglio Yonai che espresse il suo supporto per Togo. "Mi oppongo alle opinioni del ministro agli Esteri!" fu la risposta del ministro alla guerra Anami. Per Anami l'esercito non poteva arrendersi a meno che le forze alleate non permettessero al Giappone stesso di demobizizzarsi, processare i propri criminali di guerra e limitare le forze di occupazione. Nel caso contrario, continuava Anami, l'esercito doveva continuare a combattere con coraggio e trovare la vita nella morte. "Sono abbastanza sicuro di riuscire a infliggere grandi perdite nelle file nemiche e se anche non riusciamo nel tentativo, i nostri "100 milioni" di persone sono pronte a morire in onore, glorificando gli atti della razza giapponese..." fu la conclusione del ministro alla guerra. A supporto delle condizioni dettate dai militari anche tre membri civili del gabinetto di Suzuki: il ministro alla giustizia Matsuzaka Hiromasa, il ministro agli affari interni Yasui Toji e il ministro alla salute Okada Tadahiko.
A questo punto si alzo' Umezu ed espresse che era impensabile arrendersi incondizionalmente dopo che tanti uomini sono morti per l'imperatore.
Nonostante il turno dovesse passare all'ammiraglio Toyoda, Suzuki chiese l'opinione al barone Kiichiro Hiranuma. Noto per il suo ultranazionalismo, fece una serie di domande terminando con una che richiedeva la risposta dei militari: possono continuare la guerra?
Umezu Yoshijiro, rappresentando l'esercito, assicuro' che ulteriori attacchi atomici potranno essere fermati tramite misure anti-aeree: "Abbiamo conservato le forze per missioni future e contiamo di contrattaccare in tempo".
Hiranuma era piu' o meno d'accordo con Togo ma aggiungeva che bisognava negoziare con gli alleati per le richieste dei militari. A questo punto si volto' verso l'imperatore chiedendo di tenere in mente, quando prendera' una decisione, che l'imperatore e' responsabile, in conformita' con l'eredita' dei suoi antenati imperiali, nel prevenire agitazione nella nazione.
Alla fine anche Toyoda espresse le sue idee a favore dei militari, idee che si confermavano comunque ambigue: "non possiamo affermare che la vittoria finale e' una cosa certa ma allo stesso tempo non crediamo che verremo sconfitti completamente".
Fu Suzuki che a questo punto si rivolse all'imperatore chiedendogli di decidere se accettare la proclamazione di Potsdam o assecondare le richieste dei militari.
"Ho fatto seri pensieri sulla situazione in patria e all'estero e ho concluso che continuando la guerra significa distruzione della nazione e un prolungamento di massacri e crudelta' nel mondo. Non posso sopportare di vedere la mia gente innocente soffrire ancora. Terminare la guerra e' l'unico modo per reinstaurare la pace nel mondo e di alleviare la nazione dalla terribile afflizione nella quale e' caduta".
L'imperatore continuava nel sottolineare il dolore che provava nel pensare a coloro che lo avevano cosi fedelmente servito, ai soldati e marinai uccisi o feriti in battaglie lontante e le famiglie che hanno perso tutti i loro beni. Insopportabile era vedere i propri militari essere disarmati e insopportabile sara' vedere puniti come istigatori alla guerra coloro che lo hanno servito con devozione. Comunque sia, il tempo per sopportare l'insopportabile e' arrivato.
Per gli undici uomini in sala leali a Sua Maesta', i desideri dell'imperatore erano come degli ordini e questi dovevano essere trascritti come decisione unanime della conferenza. Inutile aggiungere i sentimenti di tradimento che provavano i militari.
Non e' chiaro se l'imperatore (e Kido) stesse dalla parte del ministro Togo sin dall'inizio e si opponeva alle quattro condizioni avanzate dai militari. E' piu' probabile che ambedue simpatizzavano con i militari e civili che preferivano continuare la guerra suicida piuttosto di arrendersi subito e incondizionalmente.
Questo puo' essere il motivo per cui Konoe Fumimaro mando' Hosokawa Morisada il 9 agosto ai quartieri generali della marina per chiedere al principe Takamatsu (fratello di Hirohito) di spingere l'imperatore (tramite Kido) verso l'accettazione della proclamazione di Potsdam. Lo stesso giorno Konoe invio' il diplomatico Shigemitsu Mamoru da Kido per persuaderlo nel cambiare la sua posizione riguardante le quattro condizioni. Dall'incitamento di Takamatsu e Shigemitsu, Kido si schiero' con Togo. Credito per finire la guerra va dato anche ai giovani burocrati che da dietro le scene insistevano nel persuadere i leaders della corte imperiale. Tra questi il segretario di Kido (Matsudaira Yasumasa), il segretario del primo ministro Suzuki (Sakomizu Hisatune) e i segretari di Togo e Shigemitsu, l'assistente dell'ammiraglio Yonai.(7)
Nonostante la decisione presa, Anami e gli ufficiali piu' alti in grado decisero nel frattempo di continuare le ostilita' sui campi di battaglia. A questo proposito si decise di rendere pubblica una dichiarazione, una dichiarazione che non menzionava l'intenzione dell'imperatore di accettare i termini di Potsdam ma che esortava a combattere.
Le due dichiarazioni, quella dei militari e quella ufficiale espressa dal gabinetto, erano ovviamente in discordanza e la dichiarazione di Anami poteva far pensare agli alleati che il Giappone era intenzionato a continuare la guerra.
La formula di accettazione della proclamazione di Potsdam ufficiale era incentrata sullle idee di Togo ma venne riformulata rispecchiando un suggerimento di Hiranuma: "Con l'intesa che la suddetta dichiarazione non contenga alcuna richiesta che comprometta le prerogative di Sua Maesta'  come capo sovrano" (with the understanding that the said declaration does not compromise any demand that prejudices the prerogatives of his majesty as a sovereign ruler [tenno no kokka toji no taiken]).
Nonostante l'accaduto, il governo di Suzuki chiedeva agli alleati di garantire il potere dell'imperatore sulle premesse teocratiche dello Shinto di stato. Non era quindi una costituzione monarchica cio' che si chiedeva agli alleati.
Questa situazione forzo' Togo a prendere immediate azioni. La loro dichiarazione fu diffusa tramite lenti canali diplomatici e ritardi avrebbero potuto significare un'ulteriore bomba atomica. Si decise di usare il codice Morse in inglese, prima agli Stati Uniti e poi in Europa.
Essendo il messaggio da fonte non ufficiale, Truman si chiedeva se prendere in considerazione la posizione dell'imperatore dopo la resa. Si decise di aspettare la dichiarazione ufficiale che non tardo' ad arrivare. Da canali diplomatici svizzeri, poco prima di mezzogiorno si apprendeva l'offerta di resa da parte del Giappone.
Truman dispose per una riunione d'emmergenza del gabinetto e alle 14:00 lesse la risposta preparata da Byrnes (segretario di Stato). Si dichiarava che dal momento della resa l'autorita' dell'imperatore e del governo giapponese sara' soggetto alla volonta' del comandante supremo delle forze alleate e la forma definitiva del governo giapponese sara'  stabilito dalla libera volonta' del popolo. Tutti erano d'accordo che tali parole dovrebbero rassicurare i giapponesi sulla futura posizione dell'imperatore senza compromettere le clausole base di Potsdam. Anche tutti gli alleati accettarono la proposta di Byrnes (eccetto un piccolo dissenso da parte dei russi).
Con la pace cosi imminente il segretario alla Marina Forrestal e Stimson cercarono di persuadere Truman a cessare ogni azione aerea e navale come gesto umanitario. La risposta fu che pressione sui giapponesi doveva continuare per evitare che giungano ulteriori richieste di concessioni. Promise comunque che ulteriori missioni atomiche vengano evitate a meno che la risposta di Tokyo non sia soddisfacente. Due ulteriori bombe erano pronte a Tinian e altrettanti sganci erano in programma il 13 e 16 agosto. Il generale Spaatz affermava che colpire la capitale giapponese con bombardamenti convenzionali non aveva senso in quanto era gia' troppo distrutta e che l'uso di una bomba atomica sarebbe stato piu' facile.
La risposta di Byrnes fu inoltrata tramite la Svizzera e anche diffusa via radio su onde corte per motivi propagandistici sulla popolazione giapponese.
Le paure di Sakomizu sulla reazione dei militari risultarono fondate. Toyoda e Umezu vedevano nella risposta di Byrnes una scusa per continuare la guerra ed arrivarono primi dall'imperatore con le loro obiezioni. L'imperatore comunque aveva gia' preso la sua decisione e avverti Togo, due ore dopo, che la proposta degli alleati era soddisfacente e poteva essere accettata.
La frase riguardante l'imperatore disturbava profondamente i conservatori e l'accettazione della proposta era tutt'altro che scontata. Per il barone Hiranuma la frase "l'autorita' dell'imperatore e del governo giapponese sara' soggetto alla volonta' del comandante supremo delle forze alleate" significava "schiavitù". L'imperatore, in quanto una divinita', non poteva essere soggetto alla volonta' del popolo.
Anche per il ministro Anami le cose erano tutt'altro che finite. La mattina dell'undici agosto esternava le sue furie per Togo e Suzuki al suo segretario, il colonnello Saburo Hayashi. La conferenza imperiale e' stata per lui una manovra impropria di Togo per avvicinare l'imperatore e proporgli di accettare la resa.
Queste allusioni, se non proprie accuse, incoraggiarono i dissidenti a tentare il tutto per tutto. Per prima cosa bisognava isolare l'imperatore da coloro che gli chiedono la resa e poi inviare Anami dall'imperatore per consigliarlo di continuare la guerra. Una battaglia decisiva potrebbe infliggere tali perdite tra gli alleati da poter chiedere un'onorevole pace. In caso contrario si passera' alle guerrillas sulle montagne. I cospiratori erano entusiasti per tali piani e le truppe stazionate a Tokyo serviranno per circondare il palazzo imperiale, tagliare le comunicazioni e occupare le stazioni radio, edifici governativi e della stampa. Poi si arresteranno i "Badoglio" come Suzuki, Togo e Kido. Il piano era di Takeshita e questo era confidente che il ministro alla guerra Anami ne facesse parte. Con l'esercito e il ministro che supportano il golpe, il loro tentativo non fallira' come quello compiuto da un piccolo gruppo di ufficiali nel 1937. Di fatto si sarebbero comportati legalmente sotto la guida dei massimi comandanti per il bene della nazione. Questo concetto di legalita' derivava dagli insegnamenti del professor Kiyoshi Hiraizumi. Il suo interesse principale era la storia del Giappone e la sua meta era la preservazione dello spirito dei leaders del periodo Meiji. Alti ufficiali erano i suoi discepoli e lo stesso Anami lo rispettava profondamente.
Non significherebbe la distruzione di Yamato damashii (spirito giapponese) e kokutai la resa incondizionata? Di conseguenza era perfettamente adeguato non sottostare alla decisione dell'imperatore in quanto era un errore dettato da "falsi consigli". Di fatto, la vera lealta' al trono faceva temporanea disobbedienza un imperativo.
- Nel pomeriggio il gabinetto si riuniva per discutere la risposta di Byrnes. Il ministro Togo non trovava alcuna ragione per non accettare la proposta: il secondo paragrafo non danneggiava l'imperatore e il quinto concedeva alla popolazione giapponese di decidere sulla forma di governo. "E' impossibile concepire che la stragrande e fedele maggioranza della nostra gente non voglia preservare il nostro tradizionale sistema" affermava. Chiedere revisione poteva signicare che i contrari al sistema imperiale decidano l'abolizione della casa imperiale.
Anami si oppose supportato da Hiranuma e altri due civili sotto l'influenza del barone (ministro agli interni e della giustizia). Altri invece stavano dalla parte di Togo ma solo l'ammiraglio Yonai espresse il suo parere. Dopo piu' di un'ora di dibattito il primo ministro prese la parola e, probabilmente impressionato da un'opposizione cosi forte, affermo' che se il disarmo verra' forzato sul Giappone non c'e' alternativa e bisogna continuare la guerra. Togo, incredulo sulla nuova presa di posizione di Suzuki, riusci a rinviare una decisione affermando che le discussioni debbano continuare quando la risposta ufficiale degli alleati arrivera'.
Dopo una discussione con Suzuki, Togo ritorno' nel suo ufficio per informare il marchese Kido sul "tradimento" del primo ministro.
Il messaggio da Washington, passando per Berna arrivo' al ministero degli esteri pochi momenti dopo, alle 18:40, ma fu post-datato alle ore 7:40 del 13 agosto. Il vice-ministro Matsumoto riteneva utile tale mossa per consentire Togo di riposare e di non prendere decisioni affrettate quali ad'esempio le dimissioni.
Verso le 21:30 Kido finalmente riusci a parlare telefonicamente con Suzuki. Kido sottolineava che sulla base di attenti studi da parte del ministero degli esteri non c'era nulla da obiettare sul paragrafo in questione. Respingere la proclamazione di Potsdam in questo momento significherebbe la morte di un milione di giapponesi per fame e bombardamenti. "Se ci adoperiamo per la pace adesso, alcuni di noi potrebbero essere assassinati ma ne varra' la pena. Senza esitazione portiamo avanti una politica per accettare la proclamazione di Potsdam!" Suzuki acconsenti.
Se durante la riunione di gabinnetto il generale Anami inequivocabilmente si oppose alla proposta alleata, privatamente era bubbioso. Come per i dissidenti che lo avevano fermato nel pomeriggio, anche lui credeva nella continuazione della guerra. Ma cio' doveva avvenire con il permesso dell'imperatore. Come poteva lui andare contro il volere imperiale? La speranza era di convincere il principe Mikasa di far cambiare le idee di suo fratello, l'imperatore. Anami non era a conoscenza che lo stesso pomeriggio vi fu una riunione della famiglia imperiale e tutti supportavano la decisione dell'imperatore. Alla riunione della famiglia imperiale il principe Asaka chiese all'imperatore se la guerra sarebbe continuata nel caso in cui non ci sarebbe stata la garanzia per mantenere il kokutai. Hirohito rispose:"Certamente." (da Bix pag. 519)
Deciso a non cedere e ben oltre la mezzanotte, Anami invio' il suo segretario dal suo alleato piu' forte il generale Umezu per chiedergli di far intercedere Shunroku Hata (del secondo quartier generale di Hiroshima) con l'imperatore a favore degli ufficiali anziani dell'esercito. Umezu si scuso' e si disse invece disposto ad accettare gli accordi di Potsdam.
Anche con il mancato supporto di Umezu, il ministro alla guerra Anami fece un'ulteriore tentativo per cercare di far cambiare idea all'imperatore. La mattina presto interruppe la colazione di Kido e dopo aver fatto notare che i termini degli alleati distruggeranno l'anima del Giappone e che ci dovrebbe essere ancora una battaglia finale decisiva, lo invitava a chiedere ancora una volta all'imperatore di riconsiderare l'accettazione della proposta.
Kido non poteva farlo e non riteneva che lasciare la decisione del governo nelle mani della popolazione avrebbe significato la fine dell'essenza nazionale. "Supponendo che l'imperatore cambi idea e annulli la proposta di pace ed emetta una proclamazione per una battaglia finale decisiva. Le forze alleate vorranno senza dubbio considerare Sua Maesta' uno sciocco o un lunatico. Sarebbe insopportabile sottoporlo a tali insulti."
Alle 9:00 i "sei grandi" continuarono il dibattito che il gabinetto non riusci a risolvere il giorno prima.
La riunione fu interrotta quando l'imperatore, che fu informato della visita di Anami a Kido, chiese di parlare con Umezu e Toyoda. Le negoziazioni per terminare la guerra erano in corso e finche' una decisione finale non fu presa voleva il minimo spargimento di sangue possibile. I due si inchinarono e ritornarono alla conferenza.
Alle 15:45 una copia di un comunicato dell'esercito che doveva essere rilasciato alla stampa e stazioni radio quindici minuti dopo fu portato nella sala dove si svolgeva l'ennesima riunione di gabinetto: "L'esercito, a seguito di un nuovo ordine imperiale, ha rinnovato l'offensiva nei confronti gli Stati Uniti, l'Inghilterra, l'Unione Sovietica e la Cina."
Il ministro alla guerra Anami affermava di non sapere nulla a riguardo e telefono' a Umezu che aveva lasciato la riunione per ritornare al quartier generale. Anche questo rimase oltraggiato quanto Anami.
Un ordine imperiale necessitava approvazione sia del ministero alla guerra che di Umezu, cosa che ne lui ne Anami aveva dato. L'approvazione doveva essere stata data dal suo delegato e da quello di Anami nonostante quest'ultimo aveva ordinato telefonicamente il generale Yoshizumi di non far nulla. Prontamente Umezu emise un ordine per annullare il comunicato pochi minuti prima della trasmissione.
La riunione riprese e termino' con un discorso del primo ministro Suzuki che confermava la volonta' di terminare la guerra come chiesto dall'imperatore. Riesaminando la proposta degli alleati Suzuki non riscontrava cattive intenzioni da parte degli americani e non riteneva che gli alleati avevano intenzione di cambiare lo status dell'imperatore. A questo punto rimaneva solo consegnare il rapporto e chiedere una decisione finale all'imperatore.
Il leader dei cospiratori era il maggiore Kenji Hatanaka. Il supporto del ministro Anami rimaneva una chiave per il successo in quanto ogni livello di comando ne avrebbe avuto fiducia e quella sera i cospiratori erano stati invitati ad incontrarlo nella sua residenza. Gia' due volte Hatanaka aveva cercato di invitare Anami nelle proprie file.
Alle 20:00 il circolo ristretto di cospiratori entrava nella casa di Anami. Per prima cosa Hatanaka cercava di mettere Anami contro coloro che stavano dalla parte di chi accettava la resa e rese noto delle voci che volevano Anami assassinato da un piano messo a frutto dai vari "Badoglio". Il piano per il colpo di stato messo a punto dai cospiratori non lo impressionava molto: Kido, Suzuki, Togo e Yonai dovevano essere imprigionati, proclamata la legge marziale e il palazzo imperiale doveva essere isolato. Per compiere cio', quattro generali dovevano co-operare. questi erano Anami, Umezu, Tanaka e Mori. Anami ignoro' la natura del piano stesso ma puntualizzo' sul come verranno mantenute le comunicazioni. Il colonnello Takeshita (cognato di Anami) insisteva sul dover eseguire il piano e questo doveva avvenire prima che la conferenza imperiale concordasse formalmente nell'accettare la proposta di Byrnes. L'atteggiamento di Anami lascio' ai cospiratori una certa insicurezza nelle sue vere intenzioni e mentre il colonnello Okikatsu Arao era scoraggiato, Takeshita non si arrendera'.
Anami, per non contrariare il gruppo, promise che il giorno successivo avrebbe per prima cosa usato la sua influenza con il generale Umezu (sapendo ormai che quest'ultimo si era schierato dall'altra parte).
Umezu e Toyoda non hanno sentito pressione diretta da parte dei cospiratori ma non riuscivano a reprimere il riemergere di scrupoli per quanto riguarda accettare i termini della resa. Questi chiamarono il ministro agli esteri Togo ad una riunione privata in una saletta sottoterra della residenza ufficiale del primo ministro. Togo rimaneva impassibile e non disposto a considerare qualsiasi stipulazione dell'ultimo minuto.  Sakomizu, che aveva organizzato la riunione, si scuso' annunciando l'ammiraglio Onishi, l'organizzatore del corpo dei kamikaze. Questo si avvicino' all'ammiraglio Toyoda e confesso' che aveva appena pregato il principe Takamatsu di chiedere a suo fratello di continuare la guerra. Onishi non fu piu' fortunato con Takamatsu di quanto fu Anami con Mikasa. La risposta di Takamatsu fu che i militari avevano gia' perso la confidenza dell'imperatore.
Con lacrime agli occhi esortava a presentare un piano per la vittoria di Sua Maesta' e chiedergli di riconsiderare la sua decisione. "Dobbiamo buttarci nel piano e farlo diventare una realta'. Se siamo preparati a sacrificare venti milioni di vite giapponesi in un attacco speciale, la vittoria' sara' nostra!"
La risposta di Togo fu che se ci fosse la speranza realistica di vittoria, nessuno vorrebbe pensare per un momento solo ad accettare la proclamazione di Potsdam ma "vincendo una battaglia non ci fara' vincere la guerra."
Le sirene d'allarme cominciarono a suonare e questa fu un'ottima scusa per terminare la riunione. Il giorno dopo la decisione doveva essere formalizzata.
Il 14 agosto, dal cielo di Tokyo un B-29 lanciava volantini. Il testo fu abozzato in fretta a Washington, tradotto in giapponese e spedito a Saipan e diceva quanto segue:
"Questi aerei americani non sganceranno bombe su di voi oggi. Questi lanciano invece volantini perche' il governo giapponese ha offerto di arrendersi e ogni giapponese ha il diritto di sapere le condizioni di tale offerta e la risposta del governo degli Stati Uniti, a nome proprio, degli inglesi, i cinesi e i russi. Il vostro governo adesso ha la possibilita' di terminare la guerra immediatamente".
Erano quotate la risposta giapponese alla proclamazione di Potsdam e la risposta di Byrnes.
L'imperatore doveva convocare una riunione imperiale per decidere il da farsi. I volantini, una volta nelle mani dei soldati potrebbero provocare un'insurrezione. Il primo ministro Suzuki fece notare che per avere i due sigilli di Umezu e Toyoda ci voleva troppo tempo e convinse l'imperatore ad un passo senza precedenti: convocare la conferenza imperiale con la propria autorita'. Hirohito non solo fece convocare la conferenza per le 10:30 ma aggiunse che nel caso si giunga ad un punto morto avrebbe "ordinato" il cabinetto ad accettare la nota di Byrnes.
Quella mattina Anami fu nuovamente pressato dai cospiratori per avere la sua assistenza e ancora non riusci a dare un secco no e lascio' l'ufficio con la scusa di dover prima sentire il parere di Umezu.
La risposta di Umezu era che sarebbe stato sacrilegio mandare truppe armate al palazzo imperiale. A questo punto Anami, ancora messo a confronto con i cospiratori, non poteva far altro che ribadire di non supportare la loro causa.
La riunione di cabinetto stava per cominciare quando fu annunciato che tutti dovevano spostarsi e andare all'obunko annex per una conferenza imperiale d'emmergenza, la prima dopo la storica conferenza del 1 dicembre 1941. Verso le 10:50 l'imperatore, in divisa militare e guanti bianchi entro' con il generale Hasunuma.
Suzuki si scusava per il fatto che il suo gabinetto non aveva approvato ad unanimità la nota di Byrnes e indico' i tre dissidenti principali, Toyoda, Umezu e Anami chiedendo loro di dichiarare i propri argomenti direttamente all'imperatore.
Umezu chiedeva per la continuazione della guerra. se la resa significava la fine dell'essenza nazionale, allora tutta la nazione doveva essere sacrificata in una battaglia finale. Mentre Toyoda appoggiava Umezu, Anami voleva continuare a combattere finche' gli alleati non promettono la salvaguardia di Sua Maesta'. C'era comunque una possibilita' di vincere e nel caso contrario, la guerra sarebbe finita con condizioni migliori.
Nessun altro parlo'. Fu' l'imperatore a prendere la parola e confermo' quanto detto in precedenza chiedendo ai presenti di concordare con le sue conclusioni.
"E' mio desiderio che tutti voi, miei ministri di Stato, vi inchiniate dinnanzi alle mie volonta' e accettiate la risposta degli alleati. [...] Sono pronto a tutto. Se e' per il bene della gente sono disposto a fare una trasmissione. Vorro' andare ovunque per persuadere gli ufficiali e uomini dell'esercito e della marina di depositare le armi. E' mio desiderio che il cabinetto abbozzi subito un rescritto imperiale per terminare la guerra".
Dopo la pausa pranzo il generale Anami decise di ritornare brevemente al quartier generale per incontrare i cospiratori prima che la riunione riprenda.
Pronto a presentare le sue dimissioni provocando al governo Suzuki di cadere e di conseguenza il continuare della guerra, Anami ancora cambio' idea. Ormai la pace era inevitabile. La decisione e' stata presa e deve essere obbedita. "Coloro che sono insoddisfatti dovranno passare sul mio corpo!" aggiunse alla quindicina di cospiratori presenti.
Alla riunione di gabinetto Suzuki ammoniva i suoi ministri per averlo costretto a chiedere ben due volte all'imperatore di prendere una decisione, era un affronto per Sua Maesta'. Inchinandosi alla volonta' dell'imperatore tutti i quindici ministri firmarono il documento accettando la proclamazione di Potsdam incondizionalmente.
Il problema su come rendere pubblica la decisione venne risolto con la decisione di trasmettere via radio a tutta la popolazione una registrazione con la voce dell'imperatore.
Tra le file militari la disciplina si stava disintegrando. Personale della Kempei disertava portandosi dietro vestiario e provviste, giovani ufficiali insultavano i superiori e alcuni ufficiali anziani si chiudevano nei loro uffici bevendo whisky e sake. Lo scompiglio aveva comunque un vantaggio: univa i leader militari. Anami, Umezu, Hata e Sugiyama firmarono una dichiarazione che ordinava l'esercito ad agire in accordo con la decisione imperiale fino alla fine.
Alle 15:30 Anami esortava i propri subalterni a restare vivi sottolineando che la morte non li assolve dai propri doveri e di sottostare alla decisione imperiale.
Il discorso di Anami chiudeva ogni possibilita' di golpe che involvesse ufficiali di alto grado. Solo il maggiore Hatanaka e diversi compagni erano decisi ad agire. Questi avevano ancora una buona possibilita'  nel riuscire a occupare l'area del palazzo imperiale. Due maggiori della divisione di Mori (uno era il genero dell'ex-primo ministro Tojo Hideki, Hidemasa Koga) stavano ancora dalla loro parte. Un nuovo obiettivo di massima importanza si aggiunse alla causa dei cospiratori: intercettare la registrazione dell'imperatore prima che arrivi agli studi della NHK.
Per tutto il pomeriggio Hatanaka giro' per cercare di rimettere insieme il gruppo di cospiratori. Dopo il secco rifiuto del generale Tanaka i tentativi continuarono con il colonnello Ida. Per quest'ultimo, la decisione da prendere dopo il discorso di Anami era il suicidio collettivo ma pochi erano pronti a seguirlo.
Hatanaka chiese di seguire i suoi piani di occupare l'area del palazzo imperiale quella stessa notte. La maggior parte della divisione di Konoye si era pronunciata disponibile. Il problema rimaneva solo il suo comandante, il generale Mori.
Sarebbe stato difficile convincerlo ma Hatanaka doveva fare qualcosa. Non si era certi se la decisione dell'imperatore consentisse di mantenere l'essenza nazionale. Come si poteva ubbidire ad un ordine se si e' incerti al 50% sul risultato? Se il golpe falliva significava che la decisione imperiale era giusta e se invece dovesse funzionare cio' provera' che era giusto.
Ida ammirava Hatanaka per i suoi ideali ma non aveva intenzione di cambiare idea.
Nel frattempo il gabinetto discuteva sulle parole che l'imperatore avrebbe dovuto registrare.
Alle 20:30 l'imperatore, in presenza del primo ministro firmo' il documento dopo alcune piccole modifiche. Una delle modifiche era stata richiesta da Anami "la situazione della guerra non si e' evoluta neccessariamente a vantaggio del Giappone."
Prima di passare la formale resa agli alleati questa doveva essere firmata dall'intero gabinetto. Una versione in inglese fu spedita alle delgazioni giapponesi in Svizzera e Svezia. Da questi la si trasmetteva agli Stati Uniti, Gran Bretagna, Unione Sovietica e Cina.
Le decisioni sono state prese. Anami si scuso' con Togo per i problemi creati e constatava che la situazione non era cosi grave come credeva. L'importante era mantenere il kokutai. Le scuse furono poi ripetute al primo ministro Suzuki.
Alle 23:30 l'imperatore fu davanti al microfono situato al ministero per la famiglia imperiale. Solo una volta prima di allora la sua voce fu trasmessa alla radio. Era il 2 dicembre del 1928 quando i microfoni della NHK involontariamente lo ripresero mentre leggeva un rescritto all'esercito. L'imperatore abbassava inconsciamente la voce e parlo'  nella tipica e unica lingua imperiale. Due furono le registrazioni e si decise di usare la seconda mantenendo la prima come riserva. Rimaneva il problema sul dove tenere i dischi. Il luogo piu' ovvio era lo studio della NHK ma era anche il piu' vulnerabile nel caso che le voci su eventuali insurrezioni si dimostrassero fondate. La scelta fu di tenere le registrazioni in una piccola cassaforte al secondo piano del ministero della famiglia imperiale.
Le precauzioni prese si dimostrarono fortunate. L'area del palazzo imperiale stava per essere occupata da truppe ribelli e un generale era appena stato assassinato.
Hatanaka nel frattempo riusciva ad assicurarsi il supporto del colonnello Toyojiro Haga, comandante del secondo reggimento della divisione Konoye. Mancava il supporto del comandante della divisione, il generale Mori. Hatanaka cerco' aiuto dal colonnello Ida e giuro' che se non riusciva a convincere Mori avrebbe lasciato il piano. I due decisero di incontrare Mori dove arrivarono alle 23:00. Mori aveva in visita suo cognato, il colonnello Shiraishi e solo dopo la mezzanotte i due decisero di andare comunque al suo ufficio. Hatanaka chiese Ida di entrare mentre nel frattempo avrebbe cercato di ritentare con il colonnello Takeshita per convincere suo cognato, il generale Anami.
Dopo discorsi sul dover far riconsiderare la decisione all'imperatore e che la vera lealta' non stava nel eseguire i suoi ordini ciecamente, Ida chiese di mobilizzare subito la divisione Konoye. Mori non riusciva a prendere una decisione a riguardo e prima avrebbe dovuto fare una visita al tempio di Meiji dove avrebbe potuto purificarsi dai pensieri impuri. Entro' il colonnello Kazuo Mizutani, capo del personale del generale Mori. Dopo essere stato messo al corrente suggeri Ida di parlare nel suo ufficio mentre Mori si cambiava d'abito per la visita al tempio. Nel corridoio incontrarono il maggiore Hatanaka che era appena riuscito a convincere Takeshita a incontrare nuovamente Anami e diversi altri cospiratori. Ida dichiaro' che lui e Mori stavano per andare al tempio di Meiji ma che prima doveva parlare con Mizutani e ordino' Hatanaka di aspettare nel ufficio di Mori. Per Hatanaka una perdita di tempo e non era disposto a ulteriori ritardi. Messa da parte la disciplina militare entro' bruscamente nell'ufficio di Mori con altri agressivi simpattizzanti per insistere che si unisse a loro. Mori non aveva fretta, avrebbe deciso solo dopo essere andato al tempio; un indugio imperdonabile. Il capitano Uehara avanzo' minacciosamente con la sciabola sguainata. Il colonnello Shiraishi si butto' per proteggere suo cognato. Uehara lo colpì. L'impulsivita' di Uehara libero'  Hatanaka dalle frustrazioni accumulate negli ultimi giorni. Hatanaka alzo' la pistola verso Mori e sparo' uccidendolo.
Il tenente colonnello Ida che aveva accompagnato Hatanaka alla divisione Konoye per prevenire atti di violenza diventava, suo malgrado, un complice. Con la morte di Mori, seria opposizione dalla divisione Konoye era eliminata. Con ordini scritti dal maggiore Koda (genero di Tojo Hideki) ma con il sigillo di Mori piazzato da Hatanaka, un migliaio di truppe si prestava ad occupare il palazzo imperiale per proteggere l'imperatore e il kokutai. La maggior parte non aveva idea che stava agendo da insurrezionista. Sembrava un rinforzo di servizio di guardia d'emmergenza. L'imperatore era isolato dall'esterno e tutte le entrate erano sotto controllo. Nessuno poteva uscire o entrare senza l'autorizzazione di Hatanaka. Una compagnia fu mandata agli studi della NHK.
L'imperatore aveva appena finito con le registrazioni e lo staff della NHK si stava allontanando in macchina quando fu fermato in prossimita' dell'entrata Sakashita-mon da soldati con la baionetta fissata alla canna dei loro fucili per poi essere interrogato. Un membro dello staff rilevo' che le registrazioni furono consegnate ad un sorvegliante. Una squadra fu mandata al ministero della famiglia imperiale.
Il maggiore Hatanaka riuscì a isolare l'imperatore ma le registrazioni non furono trovate. Il colonnello Ida fu di ritorno dalla sua missione per cercare di far co-operare la Divisione Est senza successo. Di fatto Ida non credeva piu' alla fattibilita' del golpe. Quando gli uomini della divisione Konoye sapranno della morte del loro comandante non vorranno piu' continuare e cercare di forzare la situazione portera' solo disordini. Non c'e' alternativa se non di ritirare le truppe prima dell'alba. "Guarda ai fatti; il golpe e' fallito ma se ritirerai velocemente le truppe, la gente non sapra' mai cosa e' successo." Hatanaka sembrava accettare il consiglio e a rassegnarsi all'idea di abbandonare i piani ma non appena Ida si era allontanato, lo spirito di rivolta ritorno' a far da padrone. Ritornato al punto di comando presso le baracche della divisione Konoye dove il colonnello Haga, comandante del secondo reggimento, si chiedeva il perche' della prolungata assenza del generale Mori. Il maggiore Koga confesso' ad un certo punto che Mori era morto ma ne lui, ne Hatahaka rilevo' di saperne il motivo. Il colonnello Haga stava per continuare la sua alleanza con i dissidenti quando arrivo' una telefonata dal quartier generale del distretto militare Est. Il generale Takashima, capo del personale del generale Tanaka, voleva sapere cosa stava esattamente succedendo al palazzo imperiale. Haga, non potendo dare risposte specifiche passo' il telefono a Hatanaka. "Sono il maggiore Hatanaka, Sua Eccellenza. Le chiedo di capire i nostri propositi."
Takeshima affermo' di capire i sentimenti dei dissidenti ma l'imperatore aveva emesso un ordine e il distretto Est si atteneva a tale ordine.
Quanto predetto da Ida si stava materializzando e Hatanaka crollo' nuovamente chiedendo un ultimo favore: avere la possibilita' di trasmettere alla radio la motivazione della rivolta.
Haga, che seguì il discorso, ordino' a sua volta di terminare la rivolta immediatamante. Hatanaka acconsenti ma privatamente aveva ancora un piano: prevenire la trasmissione del discorso dell'imperatore e a suo posto fare egli stesso una richiesta al popolo. Le sue truppe stavano ancora occupando gli studi della HNK.
Nella notte il ministro alla guerra Anami si togliera' la vita facendo kappuku, una tecnica di suicidio così dolorante che pochi riescono a compiere.
Alla mattina l'imperatore doveva essere svegliato: i dissidenti potevano irrompere in ogni momento per cercare le registrazioni. l'imperatore dispose che tutti gli ufficiali della divisione Konoye venissero chiamati in raccolta in modo da poter parlare con loro direttamente. Yasuya Mitsui, un altro attendente, fu mandato a contattare i militari. Questo non fece molta strada che incontro' il generale Tanaka in persona arrivato per cercare di mettere le cose in ordine. Il generale Tanaka era una persona di cultura stata a Oxford e fedelissimo alla disciplina. Fu, come il generale Tojo, commandante della Kempeitai nell'esercito Kwantung. Aveva gia' ordinato il colonnello Haga a ritirare tutti i suoi uomini. Rassicuro' Mitsui e che entro un'ora tutto ritornera' alla normalita'.
Il maggiore Hatanaka ara agli studi della NHK da 2 ore. Cercava di avere la possibilita' di avere il microfono a parlare alla nazione ma, Morio Tateno che ara al punto di trasmettere le notizie del mattino, invento' diverse scuse: un raid aereo imminente rendeva impossibile trasmettere senza il permesso del distretto militare Est e in piu' sarebbe stato neccessario diverso tempo per informare le stazioni locali ad allacciarsi al collegamento nazionale.
Fu una telefonata dal distretto militare Est che mise fine ai piani di Hatanaka. Ordini diretti di insistere ancora chiuse il discorso definitivamente.
Alle 7:21 Tateno fece l'annuncio alla nazione che a mezzogiorno avrebbe parlato l'imperatore. Al pubblico doveva essere assicurato accesso in ogni stabilimento, stazioni ferroviarie e uffici governativi.
Le due registrazioni furono portate separatamente agli studi della NHK.
Con l'arrivo della kempeitai (polizia militare) che fu mandata alla NHK in seguito della telefonata con il distretto militare Est, i ribelli si allontanarono senza proteste. Hatanaka e il tenente colonnello Jiro Shiizaki arrivarono di fronte al palazzo imperiale e sulla piazza distribuirono volantini ai passanti chiamandoli a prevenire la resa. Alle 11:20 Hatanaka prese la stessa pistola che uccise il generale Mori e si tolse la vita. Allo stesso istante, alla NHK, la registrazione segnata "original" venne tolta dalla cassaforte. A mezzogiorno, dopo l'inno nazionale Kimigayo, un attimo di pausa seguita da una voce che pochi avevano mai udito:"Ai nostri cari e fedeli sudditi:..." (8)
Invece di usare un giapponese standard, l'imperatore uso' il dialetto di corte, un dialetto che pochi potevano intendere. Questo era un inutile promemoria per ricordare che era ancora "al di sopra delle parti". Termini come "sconfitta" o "resa" furono evitati. Subito dopo il discorso di Hirohito fu il turno del Primo Ministro Suzuki che dopo aver ringraziato Sua Maesta' per aver preso "la sacra decisione di terminare la guerra per salvare la gente", dichiaro': "La Nazione porge sincere scuse a Sua Maesta' [per il modo in cui la guerra e' terminata]. Il principe Higashikuni condivideva questi sentimenti quando pubblicamente chiamo' al pentimento nazionale. "E' stato l'imperatore stesso che in deferenza degli spiriti dgli antenati imperiali, decise di salvare milioni dei suoi sudditi da privazioni e miseria e di mettere le basi per un'era di grande pace... mai in passato siamo stati mossi cosi profondamente come da questo atto di illimitata benevolenza. Con lacrime di profonda gratitudine possiamo solo offrire le nostre umili scuse per aver causato a Sua Maesta' cosi tanta ansia." (9)
Il rescritto imperiale fu il primo testo a redefinire la sua nuova immagine come pacifista, antimilitarista e osservatore completamente passivo della guerra, nulla di cio' che e' mai stato veramente.
- Il ritardo nel prendere la decisione piu' ovvia e la debolezza dell'imperatore allungo' di fatto la guerra con risultati catastrofici. Considerando che il ministro agli esteri sovietico Molotov aveva notificato il 5 aprile che il patto di neutralita' non verra' esteso e che i tedeschi si erano arresi il 7-8 maggio lasciando i giapponesi isolati, questo sarebbe stato il momento piu' opportuno per il governo giapponese di aprire dirette negoziazioni con gli Stati Uniti e la Gran Bretagna. Al contrario, i giapponesi presero la decisione di seguire due strade: cercare assistenza dai sovietici per terminare la guerra offrendo a Stalin limitate concessioni territoriali e di condurre i preparativi per una battaglia finale sul suolo nipponico.
Anni dopo, e piu' esattamente il 31 ottobre del 1975, quando Hirohito torno' dalla sua visita in America, egli fu intervistato a Tokyo. Quando fu' chiesto sul bombardamento di Hiroshima l'imperatore rispose:"E' veramente spiacevole che bombe atomiche vengono lanciate, mi dispiace per gli abitanti di Hiroshima. Ma non si poteva fare nulla (but it couldn't be helped) perche' si era in tempo di guerra". Questo "but it couldn't be helped" irrito' alcuni storici professionisti che ritengono Hirohito parzialmente responsabile per gli eventi della guerra. (10)
Riferendosi al bombardamento di Hiroshima e Nagasaki, Hirohito presento' ai giapponesi la decisione di arrendersi come un atto magnanimo che puo' salvare l'umanita' dall'annientamento da parte di un avversario atroce. "Il nemico ha usato per la prima volta bombe crudeli per uccidere e mutilare un numero estremamente largo di innocenti e i morti sono innumerevoli. Continuare la guerra potrebbe portare non solo allo sterminio della nostra razza ma anche alla distruzione della civilizzazione umana". (11)
Doveroso ricordare comunque che tra i suoi viaggi tra la gente, Hirohito passo' anche a Hiroshima. Il giorno scelto era il sesto anniversario dell'attacco a sorpresa di Pearl Harbor. Piu' tardi ando' anche a Nagasaki dove visito' l'ormai morente scrittore di "Nagasaki no Kane", Nagai Takashi. La sua risposta su Hiroshima fu: "sembra che ci siano stati danni considerevoli" (There seems to have been considerable damage here). (12)
Nel 1988, mentre Hirohito era in fin di vita, la questione sulla sua eventuale responsabilita' si fece sentire proprio a Nagasaki. L'allora sindaco Motoshima Hitoshi parlo' di responsabilita' dell'imperatore e in particolar modo affermava che: "E' chiaro da annotazioni storiche che se l'imperatore, in seguito ai rapporti dei suoi uomini di Stato anziani, avesse deciso di terminare la guerra prima, non ci sarebbe stata la battaglia di Okinawa e nessun attacco nucleare su Hiroshima e Nagasaki".(13)
Tali osservazioni erano profondamente controverse e Motoshima fu in seguito ferito da un nazionalista dell'estrema destra.

 

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Note:
(4) da The Pacific War Companion - editore: Daniel Marston - pag. 242
(5) da John Toland - pag.806-8
(6) Herbert P. Bix pag.509
(7) Herbert P. Bix pag.514
(8) da John Toland - Le informazioni sulla decisione della resa e i vari passaggi che portarono al discorso dell'imperatore sono tratte dal capitolo 35 e 36 - pagine 810-850
(9) da The Yamato Dynasty - The secret story of Japan's Imperial Family di Sterling & Peggy Seagrave pag.286
(10) Herbert P. Bix pag.635, 676-77
(11) da John W. Dower - Embracing Defeat - pag. 36
(12) da John W. Dower - pag. 330 - 336
(13) da Mary L. Hanneman - Japan Faces the World 1925-1952 - pag. 107-8

hiroshima 6 - continua

 

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