Unità 731 nella politica giapponese del dopoguerra
18 ottobre 2007
I giapponesi hanno la triste reputazione a livello internazionale di avere un’amnesia storica. I continui tentativi da parte del Ministero all’Educazione, Scienze e Tecnologia di impedire o limitare al massimo qualsiasi riferimento ai crimini e atrocità di guerra sui libri di testo hanno riempito, negli ultimi 25 anni, le colonne dei media non solo occidentali ma anche dell’Asia. Particolarmente seguita fu la vicenda che vedeva protagonista lo storico Saburo Ienaga. Ienaga ha combattuto per diversi anni con il ministero all’Educazione a causa delle censure richieste sui suoi libri di testo. E’ pur vero che ogni scuola può liberamente scegliere il libro di testo che desidera ma la scelta deve comunque cadere su un libro di testo approvato dal ministero.
Controversie si sono inasprite negli ultimi anni con le visite da parte del primo ministro Koizumi Junichiro al sacrario di Yasukuni, un sacrario dedicato agli spiriti dei militari caduti per la Patria, tra cui anche diversi criminali di classe “A”.
Tra gli esempi particolarmente drammatici di amnesia “giapponese” troviamo l’incapacità di riconoscere i fatti legati agli esperimenti medici durante il periodo bellico. Tra il 1932 e il 1945 unità speciali dell’esercito imperiale giapponese stazionate in Cina usarono migliaia di prigionieri cinesi, coreani, mongoli, russi e americani in esperimenti medici atti a sviluppare nuove tecniche di trattamento medico e nuovi armi biologiche. Di questo se ne parlò poco dopo il 1945 e assieme a ciò che conosciamo come lo stupro di Nanchino, l’uso delle cosiddette “donne di conforto”, lavoro forzato e la marcia di Bataan divenne oggetto di censura per il governo giapponese. Stando inoltre alle parole di Daniel Barenblatt (A Plague Upon Humanity – The Hidden History of Japan’s Biological Warfare Program) “praticamente nulla è stato scritto o discusso pubblicamente sui crimini bio-bellici giapponesi”.
Saburo Ienaga
(Nominato per il premio Nobel alla Pace)
Shiro Ishii
Al comando dell'Unità 731
Per alcuni un mostro,
per altri un genio.
Contrariamente alle impressioni avute dalla censura sui libri di testo, evidenze e prove sulle atrocità dei giapponesi durante la seconda guerra mondiale non sono emerse soltanto negli ultimi decenni. Le cinquantatre incriminazioni del tribunale militare internazionale per l’estremo Oriente sottolineavano ampliamente crimini come “lo stupro di Nanchino”, la marcia di Bataan e il massacro di cinesi a Canton nel 1938. Ma come il ruolo dell’allora imperatore Hirohito nella prosecuzione della guerra, anche le informazioni sugli esperimenti batteriologici vennero soppresse dalle autorità di occupazione. Ciononostante al pubblico giapponese questi temi non erano per nulla nuovi. Già prima dell’inizio dei processi di Tokyo nel maggio del 1946 giravano voci sugli esperimenti medici nel continente asiatico. Nel gennaio del 1946 su quotidiani di Tokyo si quotavano allegazioni da parte di leader comunisti di corpi medici giapponesi che avevano iniettato virus della peste bubbonica su prigionieri americani e cinesi. Meno di quattro anni dopo (dicembre 1949) la notizia da Mosca che 12 soldati giapponesi sono stati processati e condannati da un tribunale a Khabarovsk scaturì molte discussioni. Tutti i dodici soldati giapponesi facevano parte dell’Unità 731, l’unità per la sperimentazione di guerra biologica più nota nata nel 1939 in Manchuria e furono ritenuti colpevoli di aver preparato e usato armi batteriologiche. Nonostante le condanne, da due a venticinque anni, tutti furono rimpatriati in Giappone entro il 1956. Ambedue i quotidiani a tiratura nazionale, Asahi shinbun e Mainichi shinbun, riportavano sull’annuncio sovietico della vicenda a fine dicembre. Diversi giornali e riviste specializzate hanno a loro volta pubblicato la vicenda. Questi processi divennero il tema delle prime due pubblicazioni giapponesi sull’Unità 731: Shimamura Kyo con Sanzennin no seitai jikken (3,000 esperimenti umani; Hara shobo, 1967) e Yamada Seizaburo con Saikinsen gunji saiban (Tribunale militare sulla guerra biologica; Toho shuppansha, 1974). Un documentario sull’Unità 731 (“Akuma no 731 butai”) di Yoshinaga Haruko venne trasmesso nel 1975 in prima serata dal maggior network commerciale di Tokyo (TBS) ed era basato su 3 anni di ricerca e interviste a 20 ex-impiegati dell’Unita 731. Nonostante la prima puntata mostrasse solo belle immagini di rispettabili medici che si mettevano davanti alla cinepresa (o scappavano), due puntate da un’ora ciascuna seguirono nell’agosto e novembre del 1976. Queste fecero scalpore a livello internazionale. Queste puntate non solo riportavano la testimonianza di quattro ex-impiegati della famigerata Unità 731 ma includevano anche le loro allusioni sul fatto che riuscirono ad evitare incriminazioni dal tribunale internazionale in cambio della divulgazione delle proprie ricerche alle autorità americane. Il documentario della TBS diede inizio a innumerevoli ricerche sugli esperimenti giapponesi durante il periodo bellico. Un’onda di pubblicazioni sulla guerra biologica da parte di ricercatori venne pubblicata cinque anni dopo marcano gli anni ’80 come il decennio della ricerca sull’argomento. Lo scrittore Morimura Sei-ichi iniziò con una serie sull’Unità 731 intitolata “Shi no utsuwa” (il contenitore della morte, Kadokawa 1981). Mesi dopo Morimura pubblicò un lavoro analitico sull’argomento completo di fotografie e statistiche avute da ex membri dell’Unita 731 e da pubblicazioni mediche pre-belliche. “Akuma no hoshoku” (L’insaziablità del diavolo) fu prodotto dalla rispettabile Kobunsha e divenne un best-seller. Questa pubblicazione fu da ispirazione per un quarto documentario della TBS sull’Unita 731 nel 1982 (“Soko ga shiritai: Akuma no 731 butai” Questo è quello che voglio sapere: Unità 731 del diavolo) e fonte per un film da 90 minuti su guerra biologica giapponese prodotto a Hong Kong e reintrodotto in Giappone. L’impatto di Morimura sulla questione si accentuò con un secondo lavoro analitico di Tsuneishi Kei-Ichi pubblicato lo stesso anno (1981) dalla Kaisosha con il titolo “Kieta saikinsen butai” (La sparizione dell’unita di guerra biologica), lavoro basato sui rapporti delle ricerche durante il periodo bellico del secondo in comando dell’Unità 731, Kitano Masaji.
Ulteriori pubblicazioni si ebbero negli anni ’80 con Morimura e Tsuneishi che presero la leadership. Gli anni ’80 videro anche un buon numero di testimonianze da parte di ex-impiegati dell’Unità 731. Nel 1982 un’ ex-impiegata dell’Unità 731 riporta memorie e fotografie in “Shogen 731 Ishii butai” e nel 1983 un ex-autista, Koshi Sadao pubblicò “Hi no maru wa akai namida ni”. Nel 1989 Takitani Jiro pubblica “Satsuriku kojo: 731 butai” e nello stesso anno, cinquantesimo anniversario dell’incidente di Nomonhan, il Asahi shinbun riporta testimonianze che identificano l’incidente come il primo campo di battaglia in cui i giapponesi usarono agenti biologici.
Vista aerea dell'Unità 731.
ufficialmente noto come: Laboratorio militare per la ricerca e prevenzione di epidemie.
Se gli anni ’80 marcarono le prime sostanziose ricerche giapponesi sugli esperimenti biologici, gli anni ’90 portarono ad un nuovo livello di conoscenza il pubblico per quanto riguarda queste tematiche. E’ nel 1992 che dalle trasmissioni private la storia viene presa anche dalla NHK, la TV pubblica giapponese. In aprile la NHK mise in onda un documentario a due parti riportando la figura di Ishii Shiro, il cervello della guerra biologica giapponese. Basato su nuovi documenti trovati nelle cartelle del KGB sovietico riguardanti i processi di Khabarovsk, “731 saikinsen butai” rivela come gli esperimenti venivano effettivamente condotti e sottolinea la rivalità tra russi e americani per avere i dati giapponesi sugli esperimenti. Nel luglio del 1995 un gruppo di ricercatori rilascò ulteriore evidenza con una collezione di documenti cinesi tradotti. Un primo convegno sino-giapponese sugli esperimenti giapponesi venne tenuto per 5 giorni a Harbin, Manchuria, con la presenza di circa 100 partecipanti da ambedue i paesi ed ex membri dell’Unita 731.
Importanti scoperte tra i documenti giapponesi contribuirono ad una ancor maggiore sensibilità tra il pubblico. Nel 1989 vennero trovate le ossa di probabili vittime nel sottosuolo dell’ ex College medico dell’esercito a Tokyo. Quattro anni dopo, nel gennaio del 1993 Tsuneishi Kei-Ichi portò alla luce, rovistando tra le carte degli Archivi Nazionali le prime prove documentate sui preparativi giapponesi per l’uso di armi biologiche sul campo di battaglia. Nell’agosto dello stesso anno un gruppo di ricercatori giapponesi affiliati con la “Nihon no senso sekinin shiryo senta” (Centro per le responsabilità giapponesi in guerra) scoprirono dal giornale amministrativo del “Army General Staff” nella biblioteca dell’agenzia di difesa nazionale prove documentate sull’uso di armi biologiche in giro per la Cina. La scoperta fece notizia nelle prime pagine del Asahi shinbun il giorno del 48-esimo anniversario della fine della guerra. Sia la scoperta delle ossa che la rivelazione dei preparativi giapponesi per una guerra biologica inspirò l’organizzazione di un’esposizione senza precedenti e su scala nazionale di sperimentazione bellica dei giapponesi. La “731 butai ten” (Esposizione dell’Unita 731) esponeva 80 oggetti e descriveva gli esperimenti con modelli costruiti seguendo le testimonianze di ex-impiegati dell’Unità 731. Originariamente destinata a durare un anno, l’esibizione andò avanti per 18 mesi passando per 64 città e attirando 240.000 visitatori.
Il ritrovamento del giornale amministrativo dell’esercito nella libreria dell’Agenzia di Difesa ha dato inizio a missioni in Cina e una nuova pubblicazione. Seguendo le prove del giornale un gruppo privato di cittadini giapponesi visitò la Manchuria e ottennero testimonianze da cittadini cinesi sull’uso da parte dell’esercito nipponico di mosche trasportatrici di peste e colera.
Era veramente impressionante la scala su cui lavorava la sperimentazione biologica giapponese in tempo di guerra. All’apice del suo potere, Ishii Shiro dirigeva oltre 5000 soldati e scienziati. La sola Ping Fan (Unità 731) comprendeva oltre 150 edifici per i propri 3000 impiegati.
Desidero a questo punto mettere una piccola parentesi per paragonare, seppur brevemente, Ping Fan (la maggiore unità BW giapponese) con quella americana di Camp Detrick (la maggiore unità BW americana). Camp Detrick, una vecchia base militare del Maryland, si estese a 250 edifici e quartieri abitativi per 5000 persone.
L’Unità 731 rimane comunque un fattore centrale nelle controversie tra il Giappone e la Cina riguardanti crimini di guerra e ricordi del periodo bellico.
Una serie di filmati presi da History channel chiamata "Live-body Test Lab 731: Forgotten Holocaust in Asia" può essere visionata su Youtube.com. Il documentario è diviso in cinque parti. Qui sotto riporto la prima parte e i link per le rimanenti quattro parti.